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Franco Asco - Atschko (1903 - 1970)

Le Mostre

Data ultimo aggiornamento Luglio 2014


Ca' Pesaro - Venezia, 1922

lavori esposti:

titolo opera

materiale

foto

Umanità

Metempsicosi

Beethoven o Sinfonia (rinominata Sonata a Kreuzer a San Paolo nel '47)

Viandanti

Ecce Homo  
Paria  

Tristi ricordi

Autoritratto

Studio di nudo

 


 

Salone Michelazzi - Trieste, 1923

lavori esposti:

titolo opera

materiale

foto

Figurina di donna

L'uomo che tiene la corda

L'Ave Maria

Testa di scemo

Beethoven

La sghignazzata

Umanità

Busto del Michelazzi

3/4 disegni di nudo femminile

 


 

Circolo Artistico - Trieste, 1925

L'arte di Franco Atschko - Franco Atschko si affaccia all'arte con tutto l'impeto della sua genialità, con tutta la vergine forza del suo istinto incorrotto, con tutti i doni della gioventù.

Pochi giovani possono vantare così immediata, così vivida affermazione. Il suo nome è ormai un nome, l'arte sua originale e possente si potrà discutere, non piú mettere in dubbio. Non è un timido che cerca la sua via, questo ventenne: è un forte che l'ha già trovata e la batte con la vigoria sicura e la destrezza con cui si domina e guida un ardente destriero.

* * *

Vi sono due personalità in lui: la personalità dello scultore e quella dello psicologo: questi due impulsi, questi due stimoli si manifestano, palpitano, spesso si sovrappongono nel suo cuore d'artista. Riscontriamo infatti in certe opere sue l'impronta viva dello scultore, in altre l'acuta indagine dello psicologo: la ricerca estetica della bellezza, la concezione ellenica nelle une, un vivo soffio di vita, d'anima, nelle altre; composizioni in cui la forma passa in seconda linea di fronte a un'ampiosa ricerca di esprimere stati d'animo, sensazioni, palpiti, d'infondere nella materia espressioni vive, sincere dell'anima umana. E nella fusione di queste due così diverse aspirazioni, è il sogno di perfezione che il giovane artista coltiva nel suo cuore.

Delle opere che in questa sua Mostra Personale, Franco Atschko espone, caratterizzano la sua maniera dicemmo così estetica, il basso rilievo della 'Vergine saggia', il 'Ritratto di signora' ed i ritratti in genere.

L'altra maniera, quella espressiva, che il giovane scultore piú profondamente sente, si rivela con singolare potenza nel suggestivo gruppo 'Passione' e nelle varie 'Teste' che gridano veramente il loro spasimo o la loro gioia dalle bocche contratte.

Nel dare anima ed espressione alla creta modellata dalla sua nervosa mano creatrice, Franco Atschko sa sempre quello che vuole. Anche la caratteristica sua di lasciare incompiute parti di statua, è intenzionale, deriva da matura riflessione. E' la domanda piú frequente questa che il giovane artista si sente rivolgere. La sua serena e sorridente risposta colpisce specialmente i profani: "Io finisco il punto principale, quello che può dare l'espressione. Il resto è tempo perso. Quando è una mano che deve esprimere qualche cosa, il resto della figura è superfluo...".

Di questa concezione semplicista, ma non priva di forza del giovane scultore, abbiamo un esempio luminoso e persuasivo nella sua 'Offerta', in cui le mani protese della donna inginocchiata, dicono ben piú di quanto non potrebbe esprimere il volto tenuto nell'ombra in atto di obliosa dedizione.

* * *

Franco Atschko è celerissimo nei suoi lavori. Perché lavora col bozzetto di ciò che deve creare già scolpito nella mente. Dura a lungo la gestazione cerebrale: ma quando egli la ritiene matura, la trasfonde in poche ore nella materia senza esitazioni, senza pentimenti, il piú piccolo pezzo di creta, una volta messo a posto, non viene ritoccato piú...soltanto così si spiega come abbia potuto creare il maestoso gruppo 'Passione' in sole poche ore...

Un lato veramente significativo dell'arte di Franco Atschko è la sua passione per il disegno, che egli considera il fondamento d'ogni possibilità espressiva. E anche nei suoi disegni c'è infatti l'affermazione limpida e vibrante della sua genialità, nella sua maturità d'artista.

MARIO NORDIO - Trieste, marzo 1925

 

lavori esposti:

titolo opera

materiale

foto

passione

 

 

offerta

 

 

il canto dei minatori

 

 

studio 1

 

 

studio 2

 

walchiria

 

 

studio 3

 

 

Madonna

 

 

frammento in pietra

 

 

vergine saggia (bassorilievo)

 

bassorilievo per fontana

 

 

ritratto di signora

 

 

ritratto di bambino

 

 

ritratto di bambino

 

 

bozzetto 1

 

bozzetto 2

 

 

bozzetto 3

 

 

studio 4

 

 

bozzetto 4

 

 

la rivale (bozzetto)

 

 

bozzetto 5

 

 

studio 5

 

 

+ 21 disegni

 

 

 


 

Studio dell'Artista - Via Ferriera, 16 - Trieste, 1928

lavori esposti:

titolo opera

materiale

foto

sterratore

pietra del Carso

navigatore

 

tre donne in preghiera

 

 

studio d'atleta

 

testa di donna

 

busto di fanciulla

 

busto del Generale Ferrario

 

busto del giovane Barone Economo

 

+ altre opere

 

 

 

 

Mostra Regionale d'Arte al Giardino Pubblico - Trieste, 1928

lavori esposti:

titolo opera

materiale

foto

busto d'uomo gesso colorato  
studio di testa femminile n.10    
mezza figura

 

 

testa

marmo

 

 

 

 


 

XVII Biennale - Venezia, 1930

lavori esposti:

titolo opera

materiale

foto

testa di donna marmo
 

 

 

 

Quadriennale - Roma, 1930

lavori esposti:

titolo opera

materiale

foto

anima gesso platinato oro
 

 

 

 


 

VI Mostra Sindacale d'Arte - Trieste, 1932

lavori esposti:

titolo opera

materiale

foto

madre d'eroi  
 

 

 

 

XVIII Biennale - Venezia, 1932

lavori esposti:

titolo opera

materiale

foto

figura decorativa  
 

 

 

 


 

Mostra Commemorativa della fondazione della Biennale - Venezia, 1935

lavori esposti:

titolo opera

materiale

foto

busto della madre cera
 

 

 

 


 

Galleria Pesaro - Milano, 1937

Come triestino, ebbi il giovane Franco Asco sotto gli occhi in tutto lo svolgimento della sua formazione, da quando, adolescente ancora, nei primi anni dopo la guerra, con una esposizione a Venezia cominciò a rendersi noto come scultore. Irrequieto svolgimento, da poter parere contraddittorio, e da sorprendere in artista a cui il successo arrideva fin dalle prime prove luminoso e festevole. In realtà, si espressero in quella irrequietudine le aspirazioni varie e indecise proprie alla giovinezza, talvolta succedentisi, talvolta affluenti simultanee da contrastanti esempi e propositi d'arte. Se io mi ricostruisco l'Asco di quegli anni, ci vedo dapprima un'ansia di bravura del modellare, con tormento della massa plastica fino all'esagerazione dei particolari realistici; indi, come reazione, un mettersi in guardia, un vagheggiare lo stile nitido, la castigata linea e la eleganza dei piú soavi effigiatori di donne del quattrocento toscano; d'onde una purità stilistica, un idealismo della linea, un cauto scivoli delle luci sui piani lievi e su le smorzate cadenze; e di qui il naturale passaggio dello spirito alla sua ora di misticismo, che induceva ad allontanare i modelli, a cercare le forme nella memoria, nel sogno, sempre in se stesso. E al medesimo tempo, in altre opere, quasi per un ribollire d'energie represse, una strana attenzione verso il costruire su volumi tondeggianti, su masse muscolari turgide, dinamiche, tendenti a deformare la figura su astratti moduli sferici: accademie perfino barocche, che segnarono un momento singolarissimo nel tumulto giovanile dell'Asco. Credo che nessuna di queste fasi spirituali e di queste esperienze sia stata senza efficacia sul formarsi dello stile individuale dello scultore. Ma anche ricordo sempre, di una delle prime visite al suo studio, quando egli s'era installato nella tettoia d'uno scalpellino e vi studiava la tecnica del marmo, l'impressione di una gran disegno di nudo a carbone che il giovane aveva tracciato su l'intonaco bianco della parete: cosa tanto ispirata e di cosi' fluente armonia da attestare per sempre, a chiunque, la pura e potente aspirazione verso la bellezza che era l'istinto piú profondo di lui e lo avrebbe salvato e portato in alto.

L'Asco subì fino al tormento tutto il travaglio cerebrale degli artisti del suo tempo, e forse esso fu piú intenso durante la severa crisi della sua vita, quando dalle lusinghe e dai miraggi d'un avventurato e inebriante successo di giovane ricadde nell'abbattimento e nell'umiltà dell'abbandonato dalla moda disinvolta, che tanto spesso innalza un uomo e poi gli volta le spalle. Anni di lotta; e penso gli fossero giovevoli. L'Asco poté ripensare e rifare se stesso, intensificandosi nelle sue qualità piú pure e piú forti, spogliandosi di quelle che erano ostentazione e baldanza. Ne venne l'Asco che oggi si presenta a Milano, con nuovo numero d'opere, dopo quelle, anche piú numerose, che uscivano dalla sua esplosione giovanile, e delle quali non poche sono pur degne precorritrici di queste ultime.

Nemmeno oggi l'Asco è autore uniforme. Ma qualunque cosa faccia, essa è condotta con una assoluta sicurezza di stile, con la coscienza precisa del perché quella tal cosa debba essere espressa in quel tal modo plasticamente. Non v'è contaminazione in lui di elementi realistici e idealistici, ma piuttosto separazione netta dei suoi momenti d'indagatore acuto e talvolta drammatico della realtà, da quelli del visionario suggestionato a forzare il corso di certe linee, la anormale tumidezza di certe bozze, per una espressione di mistero e d'orrore, e finalmente da quelli del lirico, che dinanzi alla bellezza dei volti giovani di donne, dei giovani corpi perfetti, sente dentro di sé alcunché di puro, un quieto sorridere dell'anima, e fa cantare nel marmo la su a contemplazione.

Questo è l'artista piú sereno, quello che per gusto mio personale piú ammiro, e forse anche quello nel quale c'è piú genuino senso di predestinazione, giacché egli tornò a questo tema della donna felicemente in ogni tempo della sua vita, e vi raggiunse da ultimo una quasi classica nobiltà.

Ma non posso nascondermi che esistono in lui anche elementi inquieti di forza, di realismo tragico, di concentrazione allucinata sul mistero di certe linee, di certe masse, di certi incontri dell'astrazione geometrica e dell'intensità vitale. Essi lo portano a singolari esplorazioni, a costruzioni di maschere in cui la forma chiude anche il brivido d'una immaginazione avventurata a cercare l'arcano. Faccia l'Asco però l'una o l'altra cosa, abbia pure a volte nell'opera sua collegamenti spirituali con questo o con quel maestro, sempre sono in lui la vigile coscienza e riflessività dell'artista, e quel disegno, quella modellante sensibilità alla luce, quella naturale raffinatezza, quella nobile e sicura esperienza di ogni tecnica della scultura, che già da piú anni, in tutte le grandi esposizioni, attraggono su lui attenzione e onore.

SILVIO BENCO per la Galleria Pesaro di Milano - 1937

 

lavori esposti:

titolo opera

materiale

foto

Crocefisso

gesso

bozzetto, le tre Marie all'ombra della Croce

bronzo

Giovane profeta Cristiano

bronzo

Nudo di donna

gesso

Anadiomene

marmo

Maternità

 

Talismano

bronzo

 

Studio d'ipocrita

bronzo

Commediante

marmo

Testa di donna

marmo

 

Frammento testa di donna

marmo

 

Bozzetto cavallo

bronzo

Monaco Buddista

bronzo

Sacerdote Ebreo

marmo

Sacerdote Egiziano

marmo

Autoritratto

cera

 

Irina Lucacevich

marmo

Mia Madre

bronzo

 

Jia Ruskaja-Borrelli

cera

Bambino

marmo

 

Bar. Stefano Ralli

marmo

Ritratto

marmo

 

 

 

 

 


 

IX Mostra d'Arte - Milano, 1938

lavori esposti:

titolo opera

materiale

foto

Testa

marmo

 

Anadiomene

marmo

 

 

 

 


 

So Paulo - Esplanada Hotel, 1947

Artista novo para São Paulo, o grande escultor triestino, que ora se apresenta à nossa curiosidade inteligente, traz na sua arte séria uma nobre mensagem de bravura. Arte que se fez entre duas guerras mundiais -entre 1918 e 1939-, teve a bela coragem de resistir às tentações dos desvarios fáceis e naturais nesses tormentos interregnos, mantendo-se no plano elevado de um superior meio-termo.

Assim, Franco Asco consegue ser, ao mesmo tempo, um classico e um moderno, sem "ismos" em qualquer desses seus dois momentos.

Há, certo, na sua obra, leve expressão de tumulto; mas tal inquietude não é desregamento estéril, senão apenas fecunda disciplina a uma evolução conciente e lógica, que se desenvolve em espiral, da pureza estilística ao idealismo da linha, dêste ao vôo mistico, e dêste à deformação, não realista, mas lírica.

Franco Asco é um pensador humano: e, pois, necessáriamente, um associador de idéjas que -ma expressão alta e nítida de Silvio Benco- "faz cantar no mármore a sua contemplação".

GUILHERME de ALMEIDA - São Paulo, 7 novembro 1947

 

lavori esposti:

titolo opera

materiale

foto

Ritratto di mia madre

bronzo

Testa di donna

marmo

 

Ritratto di uomo

marmo

 

Vergine folle

marmo

Vergine saggia

marmo

San Francesco

marmo

Don Chisciotte

marmo

Sonata a Kreuzer

marmo

IX Sinfonia

marmo

Saccente inappellabile

marmo

Asceta

marmo

Testa di cane

bronzo

Crocifissione

bronzo

 

Venere nera (o Venere Dancala)

bronzo

Ritratto (medaglia)

 

 

Ritratto (medaglia)

 

 

Maternità

 

Testa di Cristo (frammento)

bronzo

 

 

 

 


 

II Mostra Giuliana d'Arte Sacra - 1948

lavori esposti:

titolo opera

materiale

proprietà

La Pulzella d'Orleans

marmo

Giuda Iscariota

marmo

 

 

 

 


 

V Mostra Italiana di Arte Sacra per la casa Cristiana - Milano, 1949

lavori esposti:

titolo opera

materiale

proprietà

Cristo

 

 

Simon Pietro

 

Giuda Iscariota

 

     

 


 

Mostra di Scultura - Galleria d'Arte TRIESTE, 1949

(dall'invito) Il gentile Visitatore è invitato a guardare al di là del polemico e del caricaturale, a scoprire - al di là della figurazione plastica - il drammatico travaglio, la ricerca, i raggiungimenti, d'un'espressione umana e universale, quindi equilibrata ed etica.

Tra la Sicilia e Pantelleria uno strano e inaspettato fenomeno si verificava nella prima quindicina di luglio dei 1831. Un'alta colonna d'acqua e di vapore fermava l'attenzione dei marinai, Quindi, dalla superficie delle onde, si levava un'isola eruttante dal piccolo cratere. Era un'angusta isola vulcanica. Le fu imposto il nome dei giovine re da poco salito al trono; si chiamò Ferdinandea.

Talvolta avevo pensato a quest'apparizione cui si era dato un nome regale, e l'avevo accostata ai successi di alcuni artisti: successi improvvisi, movimentati, coronati dal consenso della critica e dal favore dei pubblico.

Ma l'eruzione dell'isola Ferdinandea cessava presto. E la sua mole, inerte, non rinsaldata, non adeguata al cozzo dell'onda, si sfaldava, s'abbassava, scompariva sommersa e sommersa giaceva - con una momentanea ed effimera apparizione - sino ad oggi.

Vi è uno scultore nostro che al pari dell'isola Ferdinandea rimase sommerso, essendosi abbandonato inerte al cozzo dei marosi, dopo la sua prima, celere ora di fama. Da sedici anni ormai, là dove aveva brillato il suo nome, l'onda scivolava via, uguale al restante mare, coprendolo. Egli rimaneva sepolto durante le alte e le basse marce della vita, durante le calme e gli uragani, quando rutilante era il tramonto e dorata l'aurora, quando urlante era la tempesta e di piombo il cielo. Silenzio. Come una barca passa sul luogo dell'isola scomparsa senz'accorgersi della sua sommersa presenza, cosí passavano i navigli dell'arte, nelle mostre, nelle esposizioni, nelle competizioni, ed egli non c'era. Avrebbe potuto essere morto.

Parlo di Franco Asco.

Che cosa ha fatto, come ha vissuto, per tutti questi sedici anni Franco Asco, senza che alcuno avvertisse la sua mancanza, senza che alcuno avvertisse la sua presenza?

Ha vissuto di mestiere.

Uno ha nelle mani, nell'agilità delle dita, nell'intuizione facile e scorrevole dell'occhio sui geroglifici dei pentagramma, in una fortunata versatilità espressiva, il dono di dominare la tastiera del pianoforte. Potrebbe essere artista? Si. Ma può costringersi, o essere costretto, a farsene un mestiere.

Franco Asco vede la vita sotto le specie dell'argilla che si plasma. Quando guarda una figura, l'immagine gli assume una realtà tridimensionale. I suoi pollici hanno tratto dalla ventura un'innata capacità sensitiva e dinamica che li fa atti ad accarezzare, a trasmutare, a dominare l'argilla. Lo si potrebbe dire nato scultore. Poteva fare l'arte. Per sedici anni ha fatto il mestiere.

Adesso io temo che, avendo svelato ciò, qualcuno possa sentire per lui disistima, tacciarlo di pusillanimità. Intendo qualcuno di quelli che sanno come l'arte sia, sempre, anche lotta.

Ma lo scultore che mi legge nel viso quest'apprensione per lui, s'affretta a scusarsi. Mi guarda con affetto e benignità. Sull'alta statura vedo la testa piegarsi da un lato, mentre mi parla, come per cattivarsi un po' di comprensione. La voce è calda, mentre mi parla, quantunque sommessa.

"Che volete? Il mio carattere, la mia stessa sensibilità ... non sono nato e non ho la stoffa dei lottatore, né saprei fingermi tale. Si era arrivati a un punto, in cui bisognava buttare un "fallito" su chi ti avesse dato dei "riecheggiatore di motivi altrui"; ripagare con uno schiaffo, chi ti avesse maltrattato le creature di creta; gridare contro chi avesse parlato, urlare contro chi avesse gridato, sferrare la pedata a chi avesse voluto spingerti da parte a colpi di gomito.

"Ho abbandonato il campo ai lottatori. il mestiere, che mi avrebbe fatto vivere, con il quale avrei potuto vivere bene, e stava in me di volerlo, mi diventava, in quel momento di troppo giovanile irriflessione, quasi un modo della vendetta.

"Poi, in un'oasi di ripensamento, fermatomi nella convinzione che la fama immediata non mi avesse giovato, fui piú che mai deciso a rimanere assente dal terreno che mi aveva accolto con cosí pronto slancio, per umiliarmi. Avevo bisogno di umiliarmi, di imparare cioè a ripresentarmi umile, quando un giorno vi fossi ritornato. Avevo bisogno di sperimentare delusioni, disinganni, prevenzioni, sfiducia, al posto di quell'ieri in cui mi si era accarezzato e si era fatto di tutto per darmi la beatitudine".

Quanto disgusto nell'atteggiamento delle labbra di Asco, in questo istante.

Il mestiere: rinuncia ad essere una personalità; appagarsi di essere l'unità in una categoria.

Ci si figura un tale, che camminava a petto dilatato, a testa eretta, diritto sulla persona, ed ha pensato di caricarsi sulla schiena, anzi fra testa e nuca a gravar sulle spalle, un pesante sacco che avrebbe potuto contenere un tesoro.

Egli va, e porta questo suo peso. La strada è lunga, la fatica aumenta, il tesoro . . . ma che tesoro, è solo peso: peso intollerabile che non si sa buttar giú - perché? quasi per non mancare a una promessa fatta a se stessi, e si va e si suda . . . Oh, vi è un sudore dell'anima, in certi travagli che l'uomo s'è imposto, che si chiama, con suono rimato, dolore. Il dolore può anche diventare spasimo, incubo, angoscia, disperazione.

All'uomo che portava il peso è successo tutto questo.

Un giorno l'angoscia che gli aveva tolto anche la lucidità e la forza dei pensiero, chi sa come, gli dà una tregua; ed egli sente in sé l'intorpidimento, ma anche la novità d'un risveglio.

Un tonfo?

Ha scaraventato giú il carico. Ha rialzato il capo. Ha riguardato il mondo da un punto di vista ormai dimenticato. Ha riguardato, come se vedesse per la primi volta, un mondo che è lo stesso ed è nuovo, quantunque il punto d'osservazione non sia salito che di pochi centimetri piú in alto. Ossia no, è come se il punto d'osservazione avesse raggiunto una cima, perché prima gli occhi guardavano a terra, ed ora hanno intorno fin lontano orizzonte.

Anche Asco l'ha provata, questa ribellione. Anche lui ha fatto l'esperienza di questo risveglio. S'è ribellato al mestiere, si è detto che le aspirazioni sue, con quell'intuizione plastica che la Fiamma aveva trovato modo di mettergli inconsapevolmente nell'anima, le aspirazioni erano state, e dovevano essere ancora una volta, ben altre.

Ma osservando il mondo artistico da questa nuova quota, guardando intorno al panorama dell'arte tutta, e specialmente a quello che piú lo interessava, della scultura, rimaneva attonito; perplesso; addolorato. Proprio: addolorato, come chi si svegli da un sogno e sia ancora succube all'influsso di tristi sogni. Capiva e non capiva. Voleva dare un nome a tutto ciò che vedeva e non lo trovava.

Gli sale a un tratto alle labbra una parola: "squilibrio", e non sa dire perché il cervello gliel'abbia suggerita, né come la si possa spiegare.

Però gli veniva, da un'intima riserva energetica dell'essere, il bisogno della ricerca del significato di questa parola. Tale ricerca si sarebbe potuta tradurre in descrizione dei moto dei proprio pensiero. Ma sarebbe stata inutile, se fatta per sé, nel vuoto di prima, Bisognava comunicare ad altri le immagini che nel chiuso dello spirito avrebbero scatenato la rivoluzione dialettica; solo rivelandole, si poteva suscitare l'appoggio dei consenso o la condanna del dissenso altrui. Lo spirito dell'uomo vale come una biblioteca messa sotto chiave, quando non abbia in sé la tendenza ad universalizzarsi.

Comunicare, dunque, ad altri ...

Lo scultore passò momenti atroci di sconforto: "lo non posso tramutare in parole sulla carta la dialettica dei mio spirito, nel suo moto di ricerca di una direzione da prendere; non possiedo lo schermo su cui far correre le immagini atte ad illustrare la documentazione dei valore dell'equilibrio in arte. lo non so scrivere".

Ma ecco una scintilla che irradia in un punto la fantasia di Franco Asco. In modo dei tutto originale, con un "ho trovato" non piú sommesso ma gridato, e illuminato dallo scintillio degli occhi chiari, fissi a una meta che gli par lontana ma ravvivata da una luce rasserenante, scosta i dubbi, varca gli indugi, disancora la nave dello spirito dal porticciolo in cui gli sembrava immobilizzata, e plasma la creta.

Si era accorto di avere anche lui un alfabeto da utilizzare, comunicativo quanto la scrittura, se gli riusciva di dargli vita: l'alfabeto della plastica.

Egli ci darà in forme plastiche un periodo della sua vita interiore, il periodo dialettica seguito al risveglio, creando cosí - nelle forme e nella sostanza - una cosa nuova, da far tremare al pensiero di doverla attuare, ma che egli affronterà ed attuerà.

" " "

Non è piú un mistero che io tenga da alcuni mesi sepolto vivo in un cassetto il romanzo "Calitea". Taluno sa di piú: che il protagonista dei romanzo è uno scultore, e che il motivo centrale della vicenda è la ribellione dell'artista al mestiere, nel quale si era lasciato scivolare, e sul quale s'era adagiato come in una poltrona.

E' perciò evidente che io al vedermi aprire davanti agli occhi il libro delle statue e dei gruppi e dei rilievi con i quali Franco Asco ha voluto e ha saputo comporre l'autobiografia di un periodo della sua vita, mi dovevo sentire invaso per lui da una simpatia entusiasmante. Era la simpatia da cui è preso chi trova nei casi degli altri la riconferma delle proprie doloranti esperienze: anzi piú, poiché forse le esperienze che un uomo patisce sotto le specie di una creatura della fantasia lasciano nel cuore e nelle carni una traccia ancora piú profonda.

Come è accaduto che anche dalla parte di Asco si manifestasse un identico sentimento e che egli desiderasse che fossi proprio io a presentare e ad illustrare, a coloro che vi si accosteranno, questo complesso di opere che compendiano in forme plastiche il suo travaglio spirituale?

Non lo ricerchiamo. Ho accettato, senza nascondermi l'impegno che mi si richiedeva.

L'Artista sapeva che io non ho il piacere né la preparazione dei critico; non poteva attendersi da me valutazioni di quest'ordine.

Se domani dovesse pentirsi di non averlo pensato, io ne avrei quindi la coscienza tranquilla.

" " "

La pubblicazione che ti sta davanti, lettore, porta in copertina una composizione fotografica eseguita dall'Artista e ricavata dalla sovrapposizione di due opere che presto conoscerai.

E' quasi una sigla, un ex-libris di quest'epoca della sua vita. Si può chiamarla "TORMENTO".

Il primo autoritratto, con cui s'apre qui dentro la serie delle illustrazioni, è invece il "RISVEGLIO" (tavola 1).

Ne avevamo detto piú su. Guardandosi intorno, l'Artista ha avuto la visione di un generale disorientamento, forse un vero caos.

Allora ha parlato a se stesso. Si è ripromesso di voler dare un perché al proprio risveglio. Si è voluto convincere che il proprio disorientamento era anzitutto dovuto alla lunga assenza dalla lotta, Ha cominciato a ripensare, nella forma piú semplice e piana, senza addentrarsi in problemi filosofici, all'aspirazione dell'arte di tutti i tempi, che era un tendere all'alto, al migliore. L'arte voleva dare dunque agli uomini ciò che la vita palpitante non era capace di donargli, l'aiuto all'illusione, che è necessaria al palpito della vita.

Seguendo questa linea di pensiero, si ferma al mito delle Cariti: Eufro sine, la festosa allegrezza; Agiaia, il festoso splendore; Talia, la fiorente fortuna. Le Cariti, che presiedevano ad ogni forma di armonioso godimento.

E plasma quelle che ha chiamato "LE TRE . . . GRAZIE" (tav. 2).

La grazia classica si vergognerà dunque di mostrarsi agli uomini, in questa prima metà dei secolo ventesimo? Dovrà nascondere il suo viso per non tradirne il rossore? Sarà essa crocifissa?

Oppure avrà, essa, pur crocifissa, la forza di ripetere nelle compagne io schema dei Calvario: il cattivo ladrone, a sinistra, quello che non si ravvederà; il buon ladrone, a destra, quello che si salverà?

La grazia: l'armonia; rappresentavano presso i popoli civili un'aspirazione. Riconducevano, fatalmente, gli uomini al vero, invitandoli però a trasfigurarlo.

E' creare, trasfigurare il vero?

O, per creare, occorre riprodurre un altro vero, quello nostro, del nostro spirito, e nient'altro?

Ognuno di noi è immerso con l'anima, come in un bagno galvanoplastico, dentro il tempo e l'ambiente in cui vive. Se vive in epoca di brutalità, di scetticismo, di materialismo, di sovvertimento di quelli che sono ritenuti valori umani, dovrà dunque foggiare creature che rispecchino null'altro che la brutalità, lo scetticismo, il materialismo, il sovvertimento dei valori umani?

Da questo punto di vista occorrerà., per creare cosa nuova (che è appunto creatura, se è nuova) fuggire dal vero; o meglio - e usiamola senza mascheramenti l'espressione cruda: - deformare il vero?

Niente di strano che gli artefici dell'estetica moderna inorridiscano di fronte al vero.

Accolti che siano i loro postulati, le loro concezioni, bisognerà camuffarlo, il vero cominciando dal volto umano che l'antico luogo comune diceva specchio dell'anima". Ne nasce, a illustrazione di tali riflessioni, l'ORRORE DEL VERO (tav. 3).

Poi l'Artista si dice che - continuando dal volto alle membra e a tutto il corpo, con quest'opera di camuffamento, per trarne scintille di genio e non abile ricalco dell'esistente, - si potrà facilmente arrivare alla concezione di "UN NUOVO VERO" (tav. 4).

 

Franco Asco si è risvegliato da poco, e si trova già in piena crisi spirituale. Non sa neppur lui se sia avvenuto - come si era ripromesso in partenza - di non addentrarsi in problemi filosofici. Forse, se non vi è ancora entrato, è sull'orlo di cadervi, come il gettone sospeso nella fessura dei telefono automatico.

Egli si accorge di star già facendo li processo alle imperanti tendenze dell'arte. Esse gli si presentano assolutiste; perché sotto la specie di un carattere di universalità formale, nascondono L'aspirazione a un egocentristico distinguersi di cento favelle. Mentre l'arte tradizionale - pur nel segno di un carattere differenziato, come il differenziarsi delle indoli nazionali e delle realtà climatiche - parlava tuttavia un linguaggio universale; com'è vero che un quadro cinese, in quanto arte, poteva dire qualche cosa all'anima, al sentimento, al gusto estetico dell'europeo e dell'americano.

L'Artista si ricorda di aver parlato di caos. Ed ora vede: i cento idiomi che oggettivano in creatura il soggetto come mondo in sé, anziché come antenna capace di captare le multilunghe onde dell'etere, generano essi, il caos, la babele. Ogni produttore di quadri o di statue vuoi crearsi, non una personalità, bensí un gergo; e pretenderebbe che questo fosse accettato per lingua internazionale.

Voi che mi leggete vi domanderete: quel che ascolto l'ha detto lo scultore o l'estensore di queste righe?

Rispondo: non faccio che interpretare l'Artista attraverso la sua opera. E' lui che mi parla, ma con i segni della stecca e dei pollice.

Io lo vedo, a questo punto, chinarsi a varcare l'angusta porta che gli dia adito a un soggiorno spirante umiltà quasi francescana. Vuole accostarsi all'arte che lo circonda, per desiderio di apprendere, dai piú diversi e piú rispettati idiomi artistici, quei valori che non sente di poter così semplicemente negare. Egli eseguirà, per esempio, una "NASCITA DI VENERE", che porterà in sé riecheggiamenti di opere altrui. Eseguirà altri lavori che potranno avere persino lo stesso nome di analoghe opere effettuate da altri. (Tra parentesi vi dico che egli adesso mi parla, proprio con la voce. Mi dice di chiedere scusa agli autori che avvisassero nelle sue interpretazioni un'affinità tecnica e concettuale con le loro. Se nell'avvicinarsi a loro si è lasciato prendere la mano, è stato per avvertire prontamente quando gli avessero comunicato un calore e un entusiasmo. Non ha mai presunto né voluto fare una caricatura delle altrui espressioni d'arte. Ad avallo della sua sincerità gli valga il travaglio sofferto in questo studio, che ha qui l'attestazione e il prodotto).

La "Nascita di Venere", solidificata in forme e dimensioni care agli statuari d'oggi, gli suggerisce l'idea dei riccio; della camicia; della scorza. Sotto potrebbe esserci il liscio mallo lucente della castagna, lo scintillio dei diamante, la saldezza cl' un legno prezioso. La mano corre al capo, al viso, al collo, li scorteccia, poi si ferma. Sarà un ibrido accostamento di tradizionale e di attuale, che gli è necessario, ad avere incoraggiamento nel cammino della ricerca.

Per cui, eccolo, instancabile e implacabile, a un altro ibrido accostamento: "POMONA e FLORA".

E' appunto da quest'opera che scatterà in Franco Asco il moto di repulsione. Egli vede che alla figura di Pomona, come gli è uscita dall'argilla, in capace di un contenuto umano, negata a quel contenuto universale che gli sembra peculiare dote di un'opera d'arte, non sarà mai possibile far assumere un linguaggio che parli al sentimento di tutti i climi e di tutte le civiltà.

Cosí è tratto egli a pensare al mondo che nasce dal presente atteggiamento dell'arte. Ne prova tristezza e paura a un tempo. Gli ritorna alla mente la parola squilibrio. Ricorda di essersi detto da principio che bisognava cercare il significato di un'esigenza: l'equilibrio in arte.

Insieme con il proposito di non sfiorare problemi filosofici se ne andrà, se non se n'è già andata, egli lo avverte, la francescana umiltà.

Ma è inutile; non si ferma l'acqua che s'è disciolta di sulla bocca del ghiacciaio e, pur scendendo precipita, va alla ricerca dei sole, del tepore, della vita piú vasta, della vastità dei mare. Risalirà poi, leggera, vapore evanescente che attinge l'azzurro del cielo.

Senza ombra di umiltà parla adesso nel suo interno una voce di convinzione: "Ci sono due termini contrapposti, io e non-io; soggetto ed oggetto; realtà interiore e realtà esteriore. Se manca l'uno dei due termini, c'è l'uomo senza la rappresentazione ideale dell'universo in unità; dunque il selvaggio, l'ignorante, il menomato, il folle. Oppure, nell'altro caso, dovrebbe esserci l' universo in assenza dell'uomo, ma è una condizione che non c'interessa. Quando i due termini esistono, quale sarà il loro rapporto per creare L'equilibrio ? quello di opposizione, di supremazia, di peso dell'uno sull'altro ? oppure, al contrario, quello di controbilanciamento dell'uno rispetto all'altro ? La posizione dell'artista, come creatore, sarà quella del' uomo che vuol rappresentare il mondo suo individuale, oppure quella del]' uomo che vuoi compenetrare nel mondo individuale l'universale, che è lo stesso che dire l'ideale ? Quale dei due avrà il concetto dell'equilibrio in arte ? " Appunto perché la risposta era ovvia, Franco Asco avvertiva il senso di tristezza e di paura che abbiamo detto poco fa; e lo rappresentava in "SORGENTE . . . . DI VITA" (tav. 5).

Paura che il bimbo nato a succhiare linfa vitale da uno strano e squilibrato essere, quale è la sua genitrice, debba portarci a un domani di uguale e di peggiore squilibrio. Perché, se è vero che l'arte è specchio dei tempo in cui è nata, lo squilibrio dell'arte è insieme barometro d'uno squilibrio morale.

L'Artista non vorrebbe vedere, neppure con la fantasia, la progenie cresciuta da tale madre, sotto l'alone d'un imperativo artistico tutto soggettivo, anche quando simbolico, quando surrealista (mentre vi sarebbe posto per un simbolismo equilibrato, Dante insegni, come di un equilibrato surrealismo, ed insegni l'Egitto).

Quale sarà la volontà de "L'EREDE" (tav. 6), allevato da simile madre, quando il volere, per essere umano, non può prescindere da un intento morale ? Che cosa potremo pretendere da tale erede ? Sarà molto se ci saprà dire frasi come questa: "Voglio la guerra, perché mio padre la volle".

La paura dello Scultore sta dunque in ciò: che il senso del discernimento venga distrutto negli eredi dell'epoca presente, perché c'è qualcuno che si tiene in diritto di poter comandare "tu devi essere cosí!". Il sovvertimento di ciò che è equilibrio e moralità porterebbe a sovvertire il pensiero e l'etica dell'arte.

Bisognava opporsi a tale minaccioso cataclisma.

Franco Asco rappresenta ne "LA VENDETTA DI GORGONA" (tav. 7) l'ammonimento deprecatorio: "Badate, Medusa aborrita dagli uomini, la mortifera abitatrice dell'inferno omerico, era stata decapitata da Perseo, l'eroe dalle tante imprese, il liberatore di Andromeda. Guai a noi se la magnanimità debba essere invece, lei, decapitata dalla perversità". (Chi non si sovviene a questo punto dell'ultimo libro di Silvio Benco "La contemplazione del disordine" ? ).

Il travagliato ripensamento di Franco Asco ci si dipinge, via via, con onde di affanno, con penosi stati di annientamento fisico e di collasso psichico. Esso ci si concreta nel volo d'un aeroplano sbattuto e accecato nel nembo, che pure segue una rotta che gli vien data da continui segnali dell'etere. C'è, dentro e in mezzo al tumulto, qualche strumento che, preciso, ancora risponde e dirige, ricevendo dal di fuori invisibili avvisi.

Si vien concretando in tal modo "L'INCUBO DEL SURREALISMO" (tav. 8).

L'urlo di disperazione della maschera umana a cui s'è attaccato un mostro che le ghigna alle spalle, l'urlo emesso nel sonno, durante il quale sono in agguato altre figurazioni piú o meno astruse, darà all'Artista la soddisfazione di un'opera che gli piace.

Gli piace, ma non gli basta. Non sa di aver detto con essa una parola abbastanza alta. Non si può nascondere di essere incappato tuttavia in una maniera.

Per cui, quell'istrumento che gli parla d'in mezzo alla bufera lo conduce attraverso un'altra esperienza, cubista questa volta, che si chiamerà "RITMI". Lo sono infatti: ritmi lineari, con accostamenti veristici.

Se non che, l'aver toccato a un medesimo punto terra con l'aeroplano e una entità ben definita con il cubismo, lo costringe a rifarsi sullo studio del Picasso.

Si ferma al "bambino con granchio" dello spagnolo-parigino.

"Quale tecnica dovrei usare - si chiede - per raggiungere in scultura il medesimo risultato ? anzi per modellare l'istessa figura ? ".

E' con la più caustica delle trovate, che rappresenta plasticamente la sua risposta: "Basta "UN PUGNO DELLO SCULTORE" (tav. 9).

Picasso si trasformava, così, nella buccia d'arancia che doveva far scivolare Franco Asco nella polemica. Sa fermare a tempo il piede. Non cade.

E' ritornata in lui la calma. Il travaglio di un'anima ha il ritmo della febbre: s'alza e s'abbassa. Guai se cosí non fosse.

Franco Asco è ritornato a insistere in quelli che altra volta abbiamo chiamato ibridi accostamenti. Ancora cerca il modo di far sí che dal loro contatto si produca un accordo; che dalla loro concorde vibrazione si produca una nuova energia che abbia la potenza del calore, la virtú della luce.

In "Al PIEDI DELLA CROCE" (tav. 10) le Marie vogliono rendere lo strazio secondo schemi moderni. I piedi del Cristo crocefisso, di fattura classica, vogliono accentuare con il contrasto la straziante vicenda. (Ora sono io a sdrucciolare, sulla buccia di banana di una valutazione critica, alla quale avevo detto di sentirmi negato).

Con lo "SGOMENTO DI ELLADE" (tav. 11) si rimane nella medesima posizione, con un nuovo capitombolo nella polemica.

E' ben vero che i due nobili animali dei quali tanto si è valsa e si vale l'arte, uno redatto secondo un'interpretazione di stile classico, l'altro in forme moderne, non si riconoscerebbero, incontrandosi. Lo sgomento di Ellade può dunque essere giustificato. Non cosí semplice è invece giustificare il riso, o sorriso idiota, di quell'altro animale, dalla coda e dagli zoccoli appena sottintesi, dinanzi a quello sgomento.

L'Artista si vale, come si vede, di temi adusati, anzi abusati, per le figurazioni dei suoi momenti psicologici. E poiché volentieri l'arte del tempo nostro viaggia nell'estremo oriente, segue le carovane nelle terre d'Africa, entra nella grotta di Altamira, eccolo a pensare una "ESTASI" (tav. 12) egiziana.

Chi le si porrà davanti dirà che lo Scultore è placato. Lo dirà incamminato verso una forma che è classica ed è astratta, che è equilibrata, statuaria e letteraria insieme. Letteraria, perché l'Egitto ci vive persino nella stilizzazione degli avambracci.

Placato lo dirà chi osserverà "UNA MADRE", donna campagnola resa quasi monumentale, ma senza ragioni specifiche, la quale è buttata giú per il gusto dell'abbozzo alla brava, come in un momento di assaggio, attraverso le istintive e le sperimentate possibilità della ripresa.

Sono pause che durano poco.

Il mondo non tace all'ingiro. Si potrebbe forse uscir dal silenzio con la esperienza e le possibilità siri qui accumulate, senza imbattersi in qualche torma di blasfemi ?

Vi è mai possibilità di trovarsi in un'atmosfera che non sia offuscata da una lotta bestiale ? di trovarsi in quella atmosfera alla quale accennava Silvio Benco in uno dei suoi ultimi scritti sull'arte ? Egli aveva allora espresso pensieri che volevano dire circa cosí:

Non si è mai visto un'epoca senza lotte. Essa sarebbe infatti la morte, la fossa comune. Quand'io ero giovane vivevo anzi in mezzo a periodi di aspra lotta, e di odii, e di invidie, e di incomprensioni. Però: che volete che vi dica? era un battersi cavalleresco, come in duello; era un combattersi cortese. C'è modo e modo di dire a uno che non si stimano i risultati dei suo lavoro; c'è modo e modo di spinger da parte un rivale. Nel primo caso, uno dice "sei uno scemo", e l'altro "non mi trovi aderente ai tuoi modi"; nel secondo caso uno ti spinge con tutte e due le mani, senza vedere neanche come e dove cadrai, e l'altro chiede "permetti un momentino, per favore ?" Non si è mai vista un'epoca senza lotte, però la lotta fra artisti cui si assiste ai nostri giorni ha tutto il torbido delle risse faziose. Non è piú la bella rivalità, che stimolava tutti e ognuno a far meglio, sempre meglio.

L'Artista pensa a ciò, e plasma con l'occhio della mente una nobile figura che non disdegnerebbe l'abito dei penitente, pur di essere creduta, da chi la udisse gridare "PACE IN TERRA AGLI UOMINI DI BUONA VOLONTA " (tav. 13).

Dall'occhio la figura passa alla creta. Non ne esce il ritratto dell'autore, si però quello della sua anima. Essa invoca il ritorno al lume della ragione.

No, non si può ancora uscire dal silenzio. L'esperienza e le possibilità sin qui accumulate ti concedono di affermare che il mestiere non ha lasciato scorie di ricordi nelle tue sculture, ma non ti hanno agguerrito per la battaglia.

Franco Asco diventa paziente come la formica. L'avete osservata, portare il minuto fuscello oltre il granellino di terra ? Vi sale, e si rovescia. Torna su, e perde il fuscello. Va a riprenderlo, e ritenta.

Egli pure ritenta. E' di nuovo al problema della grazia; che significa armonia; che sottintende tendenza al bello, quando non addirittura al sublime.

Questa volta non lo risolve in rilievo, bensí in tutto tondo: "TORSO I" (tav. 14). E per tornare anche alla seduzione degli accostamenti, dopo il pezzo di ispirazione classica, ne modella altri due, ancora in tutto tondo, "TORSO II" (tav. 15) e "TORSO III" (tav. 16).

Non troviamo piú, nei due ultimi, speciali ricerche o pretese letterarie.

Dobbiamo riconoscere che se una virtú in lui è rinata e s'è accresciuta, attraverso il travaglio, questa è proprio l'umiltà. Bisogna rendergliene atto, anche in omaggio a quella cortesia alla quale ci aveva condotto l'uomo intento di gridar "pace".

Cortesia. Pace. Bontà.

La mente dell'Artista è piena ora di queste risonanze dolci, idilliache, santificanti. Gli pare di aver capito quale fosse il segreto dei linguaggio comunicativo dell'arte passata. Fra il reale della natura, cioè, e il reale dello spirito, esisteva allora un equilibrio che si traduceva in note, o linee, o parole, o colori, o forme plastiche.

L'idea delle linee, dell'equilibrio tra il reale della natura e il reale dello spirito, gli suggerisce un "INCONTRO MISTICO FRA SANTA CATERINA DA SIENA E SAN FRANCESCO D'ASSISI" (tav. 17), condotto quasi senza rilievo, in veste di composizione, con accenti arcaici, specie nella posizione delle mani. All'ombra dell'enorme croce si sono incontrati i due poli della bontà umana.

Ecco la dichiarazione d'amore mistico che dovrebbe farsi l'umanità. Il nostro sguardo si ferma alla violenza espressiva del volto di San Francesco - "DETTAGLIO DELL'INCONTRO" (tav. 18), - e pensiamo al lottatore ch'egli era stato, negli agoni della vita edonistica, prima di farsi "Poverello di Cristo". Nella donna l'espressività piú accentuata dei viso si risolverà in gentilezza di tratto.

(La voce di Asco che da lungo tempo non avevo piú udito interloquire, si leva improvvisa ad avvertirmi: oltre a quel che avete detto, ponete mente alla necessità di prevedere nell'argilla la materia in cui la vostra opera sarà realizzata domani. In San Francesco ho voluto dar saggio d'una tecnica che si presti al bronzo, in Santa Caterina ho pensato alla pietra. Domani bisognerà ritornare sull'uno o sull'altro).

La sincerità dell'Artista deve essere stata dominatrice e despota, durante il lavoro dell'ultima composizione, se dopo averla finita egli dovette subire lo scontro reattivo dei subcosciente.

Sognò uno scavo emozionante, durante il quale veniva alla luce un oggetto grande, molto decorato, di bronzo. Gli sterratori chiamavano uomini sapienti. Questi lo ripulivano con cura dalle incrostazioni, lo giravano, lo rigiravano. "Secolo ventesimo" affermavano sicuri. "Quasi tremila anni fa'", si meravigliavano.

Lo Scultore aveva la visione della scena molto viva nel batticuore, quando si destò. E si pose subito all'opera, dimentico di tutto. In sette figure che intrecciano le loro contorsioni intorno a un "VASO" (tavole 19, 20, 21), sono raffigurata le tecniche e le tendenze di quelli che, nel sarcasmo dei momento, trovò giusto di chiamare "gli arrivismi della prima metà dei ventesimo secolo". Con la musica dei secolo le figure si muovono, e danzano con la danza dei secolo.

La parola arrivismi che gli è uscita dalle labbra gli attanaglia la coscienza. Perché non deve rispettare il soggettivismo, anche se non condiviso, per il dovere che ha ogni uomo di rispettare le convinzioni dei prossimo ?

Egli tutto rispetterebbe, ma lo sdegna la pretesa di sopraffazione che ha una tendenza sull'altra. Peggio, lo sdegna la derisione che spesso vien fatta di chi crede che esistano confini tra l'uomo che assomma secoli e secoli di civiltà e di cultura, e il primitivo che incideva i graffiti sulle pareti delle caverne. Lo sdegna sino allo spasimo la certezza che l'assolutismo scomposto sarebbe capace di rompere gli argini, di ricorrere alla forza e all'arma dei prepotenti, se la vigilanza organizzata e il codice non minacciassero manette e prigioni a chi osasse tentarlo.

E' uno stato d'animo, il suo, che trova riscontro ne "L'ASCESA AL PARNASO" (tav. 22), svolta in un accavallarsi caotico di diciotto figure che sembrano un popolo. Pur di assurgere, non si bada su che cosa si mettano i piedi, che cosa si distrugga calcandoli giú. Ci sono valori, per i quali appunto L' uomo si chiama tale. Calpestarli ? distruggerli ? ... Si faccia avanti chi è appena degno di toccarli !

Qui giunto, lo Scultore infervorato non si arresta. immagina gli arrivati sul posto di comando sentenziare "IN APPELLO - POLLICE VERSO" (tav. 23) mi pento! contro ogni pretesa della classicità.

E nessuno domandi, qui giunto, se per mala sorte anche il nostro scultore non sia passato dalla parte dei pessimisti.

Con "LA BELLA E LA BESTIA" (tav. 24) egli convincerà tutti del contrario.

L'esile figurina muliebre, fragile di carni, leggiadra, si è fatta graziosa fin dove le è stato possibile. Avviene allora il miracolo. Ella soggioga, con la massima semplicità, la forza mastodontica, dei toro quadrato. Nella testa piegata che vuol guardare alla dominatrice, l'occhio dei bestione si torce, torvo di panico.

Ci sembrerebbe, di primo entro, di essere retrocessi al tema iniziale della grazia. No, qui siamo a svolgere il tema dell'equilibrio. Il gruppo statuario ci parla dello stesso autore, che si è sentito soggiogare ancora dalla necessità di un equilibrio fra la realtà materiale esterna e la realtà sua interna. Con questo equilibrio si sono innalzati, dalle piramidi in poi, tutti i pilastri Con questo e della civiltà umana, Equilibrio tra forma e contenuto; fra l'essere materiale dell'uomo e l'essere ideale; fra l'io e il non-io; fra il contingente e l'eterno; tra l'individuale e l'universale.

Lo Scultore non nega a nessuno di poter esprimere se stesso nell'opera, di essere astratto, di sformare, dove la sua personalità creatrice vede sformato, di parlare per simboli. Non nega egli nulla a nessuno, purché questo io che si fa nuova realtà nell'opera d'arte sia umano, e perciò abbia un contenuto etico; purché sia sfiorato dal soffio di una idealità, e perciò abbia un contenuto universale.

Durante l'ormai lungo travaglio, Franco Asco si era trovato a chiedere:

Dove starà la verità ? dalla mia, o dalla parte degli altri ?

Se io non fossi che un portentoso assimilatore, un consumato artefice di immagini plastiche, capace di tutte le forme e di tutte le tecniche, la verità non starebbe piú dalla mia che dalla parte degli altri.

Se invece io sono qualche cosa di piú del]' assimilatore e dei riecheggiatore; se sono capace di dare alle mie opere l'equilibrio sul quale ho ascoltato nella fucina del pensiero tanti e cosí frequenti dibattiti, allora ....

Dove lo aveva condotto il pellegrinaggio nella ricerca della buona direzione da seguire ? che cosa gli aveva fatto dire la descrizione di questo pellegrinaggio ? si possono mettere a nudo verità che non piacciono a tutti, senza pagarne il fio ?

"Sarò io crocifisso, come la grazia, per le verità che posso aver denudato ? " si domanda Franco Asco.

Ma già l'occhio, la mano, il fervore immaginifico sono all'atto. La crocifissione di se stesso avviene spontaneamente. li crocifisso offre il fianco al bersaglio di chi voleva tener sotto il moggio il brillio della verità: "FRANGAR NON FLECTAR" (tav. 25).

Può darsi che questo momento fosse contrassegnato, in sul presentarsi, da baldanzosa ironia, che però subito annegava in un lago di profonda amarezza.

Abbiamo compiuto il nostro viaggio attraverso un episodio autobiografico tradotto in forme plastiche dello scultore Franco Asco. Episodio autobiografico, non autobiografia. La strada può essere stata imboccata, forse anche la giusta, e pure l' "AUTORITRATTO" (tav. 26) ci dice che l'Autore non è ancora uscito dal suo stato di perplessità.

E' là a pensare, ad occhi chiusi, atteggiato a dolore, a quella tale profonda amarezza.

Non sempre chi è legato all'albero, chi è frecciato da gnomi che vogliono negare la verità, muore.

Lo Scultore è sopravvissuto.

Le mani trattengono il cervello che sembra dotato di forza centrifuga, nella ridda dei pensiero; e chiudono i meati uditivi all'urlio della vita esterna, ancora furente di passioni scomposte.

Però questa nuova Figura dell'artista non ha L'austero e quasi scettico atteggiamento dell' uomo che non vive nella vita e nella lotta.

Questa volta L'autoritratto ci mostra che L'Artista ha scavalcato le corde del quadrato, e non ne uscirà che vincitore o distrutto.

ELIO PREDONZANI - Trieste, 7 ottobre 1949

 

lavori esposti:

titolo opera

materiale

foto

Risveglio

 

Le tre...grazie

 

Orrore del vero

 

Un nuovo vero

 

Nascita di Venere

 

 

Pomona e Flora

 

Sorgente...di vita

 

L'erede

 

La vendetta di Gorgona

 

L'incubo del surrealismo

 

Ritmi

 

Un pugno dello scultore

 

Ai piedi della croce

 

Sgomento di Ellade

 

Estasi

 

Pace in terra agli uomini di buona volontà

 

Torso I

 

Torso II

 

Torso III

 

Incontro mistico di Santa caterina da Siena e San Francesco d'Assisi

 

Vaso

 

L'ascesa al Parnaso

 

In appello ... "pollice verso"

 

La bella e la bestia

 

"Frangar non flectar"

 

Autoritratto

 

Le Marie all'ombra della Croce

bronzo

Testa di Cristo (frammento)

bronzo

Mia Madre

bronzo

Giuda Iscariota

marmo

Filippo

marmo

Giovanni

marmo

Simon Pietro

marmo

Tommaso

marmo

 

 

 

 


 

Galleria Cairola - Milano. 1950/51

Dopo l'esposizione tenuta da Franco Asco, nel maggio scorso, alla Galleria de "L'Illustrazione Italiana", esposizione polemica che suscitò, in pro e in contro, tante discussioni, presentiamo l'ultimissima produzione di questo singolare scultore, esempio di una moralità artistica non comune.

La volontaria ribellione a certo accademismo, nel quale per molti anni aveva profittevolmente operato anche fuori d'Italia (in vari paesi d'Europa e delle Americhe), favorì Franco Asco quando volle seguire i nuovi stimoli che si affacciavano alla sua coscienza di artista. Anch'egli sentiva l'influsso del tempo e l'evoluzione dei gusti.

Attraverso perplessità, malfermi pensieri e giornate senza sosta trascorse a tu per tu con la creta, in continuo sforzo di esperienze e di controllo della sua sensibilità e del suo mestiere (che conosce alla perfezione), Franco Asco ha trovato ora la sua strada sicura. Esempi come questo di Asco non possono che far riacquistare fiducia a tutti coloro che in questi ultimi anni di caotici disorientamenti incominciavano a dubitare delle sorti dell'arte. (Le copie ingrandite di certi sassi raccolti nei fiumi hanno mandato in solluchero qualche critico nostrano e sono state anche premiate con grosse cifre).

Alcuni pezzi esposti come la "Moglie di Lotte", "L'amante perduto", "Momento musicale" e "Bacino fantastico" sono curiosi documenti delle esperienze di Asco. Lo scultore ha volute realizzarle per dimostrare a se stesso e a noi quanto sia facile trovare delle forme che, se possono rappresentare piacevoli creazioni decorative, hanno in comune con la vera scultura soltanto la materia con cui sono eseguite. Se l'occhio attento esamina questi spassi plastici, farà presto a ravvisare in essi moduli e maniere di alcuni artisti, esaltati come maestri, che hanno maleficamente influenzato tanti giovani e non piú giovani, costretti oggi a rifare il cammino all'inverso.

Tra le decisive opere di Asco si notino "L'autoritratto", la "Maternità", "L'urlo" e "L'Assunta". Esse sono gli esempi piú validi del nostro breve discorso. Il tormentoso pellegrinaggio alla ricerca di se stesso per Asco sta per concludersi. Egli ha realizzato quattro pezzi che si inseriscono nella piú sicura scultura del nostro tempo e lo rappresentano, rappresentando altresì per l'autore un felice traguardo dopo una lunga fatica, senza la quale la vera arte non si conquista.

STEFANO CAIROLA - Milano, 1950

 

lavori esposti:

titolo opera

materiale

foto

Maternità

 

bozzetto per la "Maternità"

 

 

L'Assunta

marmo

 

Autoritratto

 

 

Ritratto di Mavis

 

studio per l'Evangelista Luca

marmo 

L'urlo

 

La madre

 

 

Golgota 1950

 

 

Aspirazione

 

 

Sonno

 

 

Adamo

 

 

Eva

 

 

Dafne

 

 

Cavallino

 

 

Pagliaccio

 

 

Nudo

 

 

Culla della vita

 

 

Sogno

 

 

Primavera

 

 

La moglie di Loth

 

L'amante perduto

 

 

Momento musicale

 

Bacino fantastico

 

Saccente inappellabile

 

Senza luce

 

 

 

 

 

 


 

Terza personale di Franco Asco dedicata alla Maternità - Galleria Cairola - Milano, 1951

lavori esposti:

titolo opera

materiale

foto

Eva (1950

 

 

Bozzetto per "Eva" (1950

 

 

Gli amanti (1951)

 

 

Sogno di maternità (1951)

 

Bozzetto per "Sogno di maternità" (1951)

 

 

Maternità sognata (1951)

 

 

Bozzetto per "Maternità sognata" (1951)

 

 

Natività (1951)

 

 

Tenerezza di madre (1951)

 

 

Bozzetto per "Tenerezza di madre" (1951)

 

 

Maternità tragica (1951)

 

 

La pietà (1951)

 

 

Bozzetto per "La pietà" (1951)

 

 

Dolore di madre (1951)

 

 

Ritratto di donna (1951)

 

 

Testa mistica (1951)

 

 

Le tre donne (1951)

 

 

Loth (1950) (o Moglie di Loth ???)

 

 

L'Assunta (1950)

marmo

 

 

 

 

 


 

1a Mostra Nazionale d'Arte - Trieste, 1952

lavori esposti:

titolo opera

materiale

foto

Testa di donna

  gesso

Nudo di donna

gesso

 

 

 

 


 

Mostra di Pittura e Scultura - Catania, 1952

lavori esposti:

titolo opera

materiale

foto

Testa di donna

gesso

 

 

 

 

 


 

Prima Mostra Biennale Italiana di Arte Sacra per la casa - Milano, 1953

lavori esposti:

titolo opera

materiale

foto

Pietà

 

 

 

 

 


 

Mostra di Pittura e Scultura - Roma, 1954

lavori esposti:

titolo opera

materiale

foto

L'Assunta

marmo

 

Pace agli uomini di buona volontà

bronzetto

 

 

 

 


 

Esposizione Nazionale del Sindacato Internazionale di Arte Pura - Napoli, 1957

lavori esposti:

titolo opera

materiale

foto

Pace agli uomini di buona volontà

bronzetto

Ritratto (Giuda Iscariota)  

Gruppo opere polemiche (altri Apostoli)

 

 

 


 

Galleria Pagani del Grattacielo - Milano, 1959

lavori esposti:

titolo opera

materiale

foto

L'alba

bronzo

 

Il meriggio

bronzo

Il tramonto

bronzo

 

 

 

 

 


 

Galleria Pagani del Grattacielo - Milano, 1961?

Nei dipinti che Franco Asco ci propone, si potrà notare subito una decisa volontà di non avvalersi di quegli schematismi plastici che sono di una efficacia assai facile per un artista come lui che da vari decenni affronta la scultura. Qui invece, c'è uno scintillio, un brulicare inquieto di presenze indistinte che annaspano verso una forma non ancora raggiunta, c'è come afferma l'artista stesso, il senso di una materia primordiale in sviluppo nello spazio.

Si potrebbe cosi' dire che l'indagine di Asco sia scesa con questi recentissimi lavori sino al regno delle Madri - laddove le cose stanno per nascere e non riescono ancora ad avere un volto. In ogni caso, egli riesce a strappare al silenzio di quel regno misterioso, delle intuizioni visive ben suggestive. Su dei fondi scuri assai elaborati, ecco degli scoppi chiari di materia in espansione che paiono talvolta assumere l'aspetto di un seguito di fiori nel loro pieno rigoglio. In altri dipinti, su dei fondi chiari emergono degli scoppi di materia azzurri e bruni. E talvolta questi scoppi si raggomitolano in forme dense attraversate da segmenti scattanti e decisi.

Asco deve insistere nel senso di questi lavori che potremmo considerare come il preludio di un suo nuovo momento creativo. Ed, in effetti, i disegni di sculture ed i piccoli bassorilievi in gesso, ch'egli ora ci offre, non obbediscono piú a quella volontà di un ordine rigoroso che costituiva il senso della sua precedente scultura, dall'aspetto geometrico. Si noterà ora, invece, un irrompere libero di forme plastiche inventate, che si uniscono e si snodano tra di esse in un dedalo dai mille volti.

Nell'espressione di queste forma nascenti, i contenuti di Asco si caricano di una nuova tensione. Non si troverà piú, qui, l'armonia immediata della forma pura, ma la nascosta urgenza di presenze organiche. Interprete dell'ansia del suo tempo, Asco testimonia, col suo lavoro d'oggi, il senso dell'aprirsi della struttura ad una presenza ancora in fieri che è uno dei momenti piú stimolanti della dialettica delle forma, nell'arte contemporanea.

GIORGIO KAISSERLIAN

 

da un Catalogo (1963?)

Materia in evoluzione nei dipinti di Franco Atschko

Nei dipinti che Franco Atschko (Asco) ci propone, si potrà notare subito una decisa volontà di non avvalersi di quegli schematismi pittorici che sono di una efficacia assai facile per un artista come lui che da vari anni lavora con intensità e chiarezza di impostazione.

Le sue composizioni che dalla poetica dell'informale mostrano di aver colto la essenza, non mancano di colpirci per la loro preziosità e per una particolare tecnica pittorica frutto di un'elaborata esperienza che l'artista fece nelle Kunstgewerbeschulen austriache.

Dalle colature, dai colori multipli, dai corrugamenti, dalle increspature, dalle contrapposizioni di colori lucidi e opachi ci appare uno scintillio, un brulicare inquieto di presenze indistinte che annaspano verso una forma non ancora raggiunta, c'è come afferma l'artista stesso, il senso di una materia primordiale in sviluppo nello spazio,

Come dice Giorgio Kaisserlian: "sembra che l'indagine di Asco sia scesa sino al regno delle Madri - laddove le cose stanno per nascere e non riescono ancora ad avere un volto. In ogni caso, egli riesce a strappare al silenzio di quel regno misterioso, delle intuizioni visive ben suggestive. Su dei fondi scuri assai elaborati, ecco degli scoppi chiari di materia in espansione che paiono talvolta assumere l'aspetto di un seguito di fiori nel loro pieno rigoglio. In altri dipinti, su dei fondi chiari emergono degli scoppi di materia azzurri e bruni. E talvolta questi scoppi si raggomitolano in forme dense attraversate da segmenti scattanti e decisi".

Da questa materia nascente dei suoi lavori Asco testimonia di essere uno dei momenti piú stimolanti dell'arte contemporanea.

Anonimo (Kaisserlian?)

 

Galleria Pagani del Grattacielo - Milano, 1963

L'opera grafica piú recente di Asco, che qui si presenta, deve essere posta in dialogo con le sue sculture odierne, e non con quelle ricerche di pittura di cui egli ci ha dato un saggio, nella sua mostra di Trieste dell'anno passato. Nei suoi disegni predomina, infatti, un senso plastico che ha già trovato piena espressione nelle libere ed inventate strutture della sua scultura.

Ma nelle sue sculture, Asco ricerca soprattutto la purezza affilata di un'armonia, che si affida alla semplicità di una forma. Qui, nei disegni, invece, il suo estro inventivo è teso verso una maggiore complessità di accordi plastici. La trama compositiva si infittisce, affiorano delle figure strane e cariche di mistero. Delle presenze sconcertanti ci vengono incontro, e ci sorprendono per la compatta organicità del loro essere.

Ora importa che Asco sappia perseguire questi fantasmi, ch'egli coglie nei suoi disegni, anche negli spazi definiti e concreti delle sue sculture. Per mezzo di questi disegni, forse, la purezza delle forme che non cessa di stimolarlo nel suo lavoro di scultore, si farà piú difficile e nascosta. Essi hanno il merito di introdurci in un vivo discorso plastico, che ci permette di riconoscere la qualità dell'impegno di Asco, in un momento dialettico di tensione inventiva.

GIORGIO KAISSERLIAN

 


 

Galleria d'Arte Cavour - Milano, 1968

La superficie delle cose è fonte di gioia,

la loro interiorità è fonte di vita.

 

 

Piet Mondrian

 

Non la forma esteriore delle cose è reale,

Si' lo è la loro essenza.

 

 

Constantin Brancusi

 

Ho ritenuto opportuno, in limite a questa testimonianza sull'opera di Franco Asco, citare i due grandi protagonisti della vicenda artistica non figurativa non tanto per sottolineare la legittimità della posizione attuale dello scultore triestino (come si sa, il dibattito sul cosiddetto astrattismo è spento già da molto tempo, e meglio sarebbe, se mai, far riferimento all'opposizione fra tendenza naturalistica e tendenza antinaturalistica), quanto piuttosto per indicare una sua felice affinità elettiva con una corrente dello spirito, con un atteggiamento morale, prima che estetico, che hanno veramente, profondamente, nel bene e nel male, determinato e condizionato il piú vitale e, rispetto alla tradizione, il piú autonomo settore della prospettiva artistica, o piuttosto del processo creativo, del nostro secolo.

Quello di Franco Asco - che qui si ripresenta all'attenzione della critica e del pubblico dopo un silenzio, un'assenza dalla vita artistica militante, di almeno tre lustri - non è certo un nome nuovo per chi abbia avuto un qualche interesse alla cronistoria della scultura italiana degli ultimi cinquant'anni.

Dal 1927 in poi la sua partecipazione alle Biennali veneziane ed a numerose rassegne internazionali, oltre ad alcune mostre personali assai fortunate, valsero a dare piena misura dell'autenticità e del vigore della sua vocazione plastica, del magistero tecnico da lui acquisito con la frequentazione delle Accademie di Venezia, di Roma e di Vienna, nonché del suo temperamento poetico inquieto, perennemente insoddisfatto, assillato da una continua brama di nuove sperimentazioni linguistiche (e, in questo, chiaramente apparentato alla famiglia degli scrittori e degli artisti triestini: "che fanno della ricerca un fine, piú che un mezzo", secondo l'acuta definizione data da Piero Pancrazi), caparbiamente teso a una determinazione etica dell'opera d'arte.

Nella prima, tormentata stagione di questo dopo guerra, sin verso il 1952, Asco ripropose al pubblico i risultati del suo lavoro in una serie di esposizioni (a San Paolo del Brasile, a Trieste, a Milano) e si ebbe una bella segnalazione al Concorso Internazionale per il Monumento al Prigioniero Politico bandito dall'Istituto d'Arte Contemporanea di Londra.

Dopo d'allora, come s'è detto, un silenzio, un'assenza quasi totali (e certo alla sua crisi personale non dovette essere estranea la dilacerante appercezione dei troppi equivoci, delle troppe ambiguità attraverso cui veniva assestandosi, planetariamente, l'intera area culturale nel contesto di una civiltà che rimetteva in predicato tutti i valori e tutti i significati, ivi compreso quello dell'arte).

La ripresa operativa di Franco Asco - di cui questa mostra fornisce smagliante documentazione, anche se alcune sculture, per molte ragioni, non sono state ancora nobilitate dalla traduzione in bronzo o in marmo - non è avvenuta "al di là" della generale crisi dei valori, non è avvenuta nel buio di avveniristiche ipotesi di lavoro, nella gratuita e assurda allegria dei casuali ed eteronomi sperimentalismi cui si affidano, piú o meno disinteressatamente (e si può trovare un clamoroso esempio di siffatto, triste funambolismo plastico anche nella terra stessa di Asco), tanti pittori e scultori che disperano del futuro dell'arte e, dunque, di se stessi e della propria dignità poetica.

La ripresa di Asco è avvenuta senza iati (nemmeno formali, contro ogni apparenza), nel segno della fiducia, della speranza e della forza che fin dalle prime prove ne avevano nutrito l'impegno creativo: nella superiore bellezza (e "bontà") della forma pura, nelle ragioni spirituali della natura (non di una "natura creata", si' di una "natura creante": per ripetere qui la sottile indicazione di Michael Seuphor a proposito di Jean Arp), nella eterna validità del perseguimento di quella verità, di quella giustificazione all'irrazionale giuoco esistenziale, di quella immutabile logica dello spirito entro la vertigine delle apparenze, che soltanto l'arte, la poesia possono consentire.

Questo breve discorso introduttivo altro non intende essere se non un saluto, ed un invito alla piú rispettosa considerazione per il ritorno, per il "rientro", di uno degli esponenti piú degni e piú certi della scultura italiana contemporanea: non è questa, dunque, la sede per quell'analisi critica "sui testi" che le sue opere con ogni evidenza e a buon diritto richiedono,

Si dirà ancora tuttavia, per sommaria indicazione didattica, che, nel suo processo di elaborazione linguistica, Asco, ripartendo con grande umiltà da alcune esperienze cubiste (alla Lipchitz, alla Zadkine e, piú alla Henri Laurens), ritrovando con animo intatto, freschissimo le emozioni della forma pura brancusiana, sembra voler percorrere all'inverso l'itinerario che ha portato Georges Vantogerloo dal naturalismo alla astrazione assoluta, nel segno dell'universale vitalità di Jean Arp (ma aggiungendo nuove proposte a quelle di Alberto Viani, di Sergio Signori, di Salvatore Messina), assai piú prossimo alla disposizione poetica di Barbara Hepworth che non a quella di Henry Moore.

E' davvero auspicabile che sulla scorta di queste poche segnalazioni (e magari in contraddittorio con esse) i piú sensibili e disinteressati "addetti ai lavori" prendano atto della presenza di Franco Asco; ed è auspicabile che il pubblico dei collezionisti e degli appassionati d'arte (almeno quelli non troppo distratti e rintronati dai clamori pubblicitari dei mass media) si accosti con fattivo interesse a queste opere di alto e, in ogni senso, duraturo valore.

LUCIANO BUDIGNA - Milano, Aprile 1968

 

lavori esposti (25 sculture e 25 disegni/dipinti):

titolo opera

materiale

foto

torso di donna

bronzo

nudo astratto

bronzo

forma in evoluzione

bronzo

forma in evoluzione

gesso

disperazione

gesso

nudo in evoluzione

gesso

anelito di maternità

gesso

cavallo accasciato

gesso

disegno

carboncino

 

 

 

 


 

Museo di Milano - Ottobre 1979

Questa mostra postuma dedicata alle opere di Franco Asco ha il merito di farci meglio conoscere il lavoro di un artista fra i piú onesti, schietti e per molti versi interessanti del nostro tempo.

Dotato di forte mestiere e di un temperamento incline a riassorbire in se' diverse esperienze culturali dell'arte moderna, dall'astrattismo al realismo, dall'impressionismo plastico alla suggestione di forme plastiche levigate e piene di luce (entro questo incrociarsi e interagire di momenti diversi si dovrà cercare la sua vera identità) Franco Asco testimonia con queste sue opere l'entusiasmo per una fertile e inesausta ricerca di momenti di poesia. Questa mostra può essere, dunque, l'occasione giusta per un riesame critico e per una approfondita indagine sulle ragioni profonde del suo sapere.

FRANCESCO OGLIARI - Milano 1979

 

La mostra di Franco Asco, che sono lieto di presentare negli ambienti del Museo di Milano, in Via Sant'Andrea 6, organizzata dalla Ripartizione Cultura e Spettacolo del Comune, ha il significato di un atto di giustizia dovuto allo scultore triestino che, com'è noto, fu cittadino adottivo della nostra città sin dal 1933.

Ho conosciuto Franco Asco nel 1950, in occasione della sua mostra personale milanese. Diventammo amici e ci frequentammo.

A Milano ha vissuto e operato per oltre trentacinque anni, abitava in Via Appiani, con la moglie Gin che adorava e un cane dobermann. Non aveva figli.

La sua è stata una storia singolare, complessa. Pur avendo qualche colpo di fortuna, fu sempre molto modesto, orgoglioso e generoso. Per Asco la ricchezza era una manifestazione effimera, quasi assurda: sperava sempre nella provvidenza e, qualche volta, curiosamente finiva per ottenerla.

Oltre alla scultura amava moltissimo la musica (suonava il violino) il cinema, il teatro di prosa e quello lirico. Testimone di due guerre mondiali, tutta la sua vita è stata senza frivolezze, una lenta continua macerazione sui dubbi e ripensamenti legati alle forme e ai linguaggi dell'arte.

La figura predominante nel corso della sua esistenza, fu quella di sua madre: una donna di forte carattere, a volte tiranna, altre volte dolcissima e comprensiva. Asco l'amava moltissimo e la rispettava. Nel 1935 la ritrasse, modellando la testa della donna con preziosità plastiche e stilizzazioni estetiche, tuttavia uno dei suoi maggiori capolavori è il "ritratto della madre" a figura intera, con le mani abbandonate sul grembo, il corpo possente nei volumi, la testa espressiva curata nei dettagli, con la bocca aperta nell'atto di parlare. Questa scultura è del 1949.

Come scultore Asco era un tecnico straordinario, padrone del mestiere.

Conosceva tutte le proprietà tecnologiche delle materie che usava con perizia e pertinenza. Come uomo era sempre molto tormentato e malinconico.

Inoltre non era mai pienamente soddisfatto del suo lavoro, spesso distruggeva le sue sculture o le dimenticava nelle gallerie d'arte, ai concorsi ai quali partecipava e, talvolta, in casa d'amici. Questo curioso atteggiamento psicologico gli nasceva soprattutto dal disprezzo verso il danaro e la proprietà delle cose, la sua era una natura umile e francescana. Un'altra difficoltà gli nasceva dalle commissioni dei lavori, poteva eseguirli solo nella sua assoluta libertà di scelta estetica ed espressiva. La scultura la sentiva in grande e questo problema delle dimensioni gli procurava notevoli complessità. Le sue opere di piccolo formato sono il realtà dei bozzetti per delle grandi realizzazioni, anche se lui le eseguiva con una meticolosità e una perfezione assoluta. Se, per esempio, non avesse avuto questi blocchi psicologici e si fosse adattato a fare delle minisculture, ne avrebbe certamente vendute moltissime, ma non fu così.

Nelle sue sculture prevalgono due sentimenti opposti e contrari: in alcune si nota un sentimento tragico e una volontà di lotta, in altre c'è il senso della stilizzazione e della sublimazione poetica. Fa eccezione per il peso delle masse e dei volumi, espressi con rara forza, l'opera "Uomo in riposo", un bronzo del 1945. Le asciutte cadenze che definiscono questa figura nello spazio interno della sua fisicità, sembrano affiorare da una memoria cosciente dell'antico, tuttavia a ben guardarla si avverte nella scultura l'acuta analisi dell'uomo moderno, il senso drammatico e possente dell'abbandono, nella corposità massiccia dei volumi.

Sarà bene avvertire che cronologicamente è quasi impossibile seguire l'evoluzione e lo sviluppo linguistico di Asco. Grosso modo le sue sculture risentono, agl'inizi, di un naturalismo realista, subentra in un secondo tempo la stilizzazione formale venata di simbolismo e infine la conquista di una spazialità astratta piena di libera invenzione e di rigore, compositivo. Tre aspetti diversi da un punto di vista linguistico, uniti da un unico problema: quello che riguarda la necessità della libera espressione dell'artista.

A qualcuno potrà apparire pedante questo mio punto di vista ma, in effetti, Asco era insofferente ai condizionamenti che sono connessi alla creatività delle sculture e, nello stesso tempo, scrupolosamente osservava le regole apprese nelle Accademie, nel rigido clima mitteleuropeo. Inoltre, all'interno di questo discorso, aveva una grande parte la figura della madre, con le sue paure e le sue ansie, la difesa dell'unico figlio, tutto suo e d'ingegno così vivace. In una lettera del 1930, scrivendo alla mamma, Asco diceva: "ti ricordi, quando mi dicevi: quest'arte ti porterà sventura? E quando ti rendesti conto che a nulla potevano valere le tue preghiere e i tuoi consigli, ti adoperasti con tutte le tue forze per aiutarmi". Fin dalla più tenera età Asco si sentì combattuto da sentimenti contrapposti e dal bisogno insoddisfatto di fare delle scelte. Solo più tardi, con la maturità, gli fu chiara una sintesi delle arti plastiche, incentrata sull'architettura formale che doveva portarlo, a quella spazialità astratta, di cui abbiamo già detto più sopra.

E' a tutti noto che il problema delle sculture è strettamente connesso alla funzione e destinazione oggettiva delle stesse. La scultura in passato, raramente è stata autonoma e, ancora oggi, necessita di una sua collocazione urbanistica negli spazi esterni, oppure di una sua collocazione ambientale negli spazi interni. Talvolta è anche un elemento decorativo inserito negli edifici. Le sculture quando vengono inserite in luoghi con particolari caratteristiche, vuoi tecniche, materiche, spaziali, ambientali e di colore, assolvono alla funzione della loro natura oggettuale nell'insieme urbanistico e architettonico.

Questo insieme di problemi si contrappone alla libera creatività dell'opera d'arte e Asco, con il suo individualismo esasperato, precipitava in continue crisi snervanti, in quanto concepiva la scultura a partire da se stessa, su se stessa e nascendo da se stessa, almeno come immagine e si ribellava a tutti i condizionamenti che potessero turbare un suo sentimento, un suo stato d'animo.

Molto lo aiutò la moglie Gin, la sua tenera compagna, una donna bellissima, ricca d'istinto, innamorata e comprensiva, dolcissima e piena di vita.

Come tutti gli accadimenti strettamente connessi alla persona di Asco, anche il loro accoppiamento iniziò per avventura e per vertiginosa passione, ma in breve divenne un legame profondissimo e radicato. Gin era stata una cantante lirica di grandi qualità vocali e dl sicuro successo. Il suo temperamento era vivace, estroversa e simpatica. Aveva doti e presenza che la rendevano gradita e ammirata. Asco era geloso e, come tutti gli artisti, possessivo. Gin finì con il dedicarsi interamente al marito e la sua costante e vigilante presenza ha molto aiutato lo scultore. Gin era il suo unico tramite con il mondo e la realtà, la confidente segreta, il baluardo e la ragione di vivere. Come tutti i veri tesori il suo apporto è stato grande e, nel contempo impercettibile a coloro che guardano le cose con occhi opachi Gin è stata la parte poetica di ogni cosa sofferta e intimamente sentita da Asco. E' presente in tante opere dello scultore e in quel ritratto di marmo "Testa di fanciulla", del 1965, che sembra un grande cammeo. Per coloro che sanno vedere, Gin è presente nel "Sogno di maternità", un bronzo del 1951, che è certamente il capolavoro più altamente poetico di Asco e anche in quell'altro bronzo stilizzatissimo che s'intitola "Anelito di maternità" del 1967.

La mancanza di propri figli fu un cruccio, specialmente sofferto da Gin, tuttavia la loro solitudine li tenne maggiormente uniti tra loro.

Anche se nella biografia l'inventario delle mostre è certamente incompleto, in quanto l'artista ha lasciato pochi documenti sulla sua attività, Asco ripropose in più occasioni al pubblico, i risultati del suo lavoro in una serie di esposizioni. Tuttavia le sue mostre non avevano continuità e certi lunghi silenzi erano occupati da crisi, oppure da importanti commissioni per lavori monumentali d'impegno.

Dopo questa prima mostra retrospettiva di Franco Asco, certamente altre ne seguiranno. Noi ci auguriamo fin da adesso che le ricerche filologiche, biografiche e i contributi critici dei colleghi possono essere approfonditi e che, inoltre, insieme alle disquisizioni, possano portare anche a un inventario più aggiornato della produzione di Asco che, in questa occasione, è stato selezionato e raccolto, tuttavia accontentandoci, di quanto è stato possibile ritrovare e che sappiamo incompleto.

A tutt'oggi molte sono le opere di Asco disperse nelle collezioni private, presso Enti pubblici e musei, di cui noi non abbiamo notizia. In questa prima occasione ci sia consentito di rivolgere un appello a tutti i possessori di opere dello scultore scomparso, pregandoli di aprire un contatto con la moglie, signora Gin Asco, e di documentarla.

Per esempio sino agli ultimi giorni di ricerca e di organizzazione di questa mostra e prima di dare alle stampe le bozze di questo catalogo, noi non sappiamo ancora con certezza assoluta se riusciremo a disporre di qualche esemplare di quella stupenda serie "astratto-spaziale" di sculture in legno, prodotte da Asco nel 1958. Se avremo la fortuna di poter disporre di qualcuno di quegli stupendi esemplari in legno, documentati in catalogo da foto, potremo testimoniare ulteriormente la raffinata creatività dello scultore triestino e la determinazione estetica di grande qualità e impegno che distinse l'opera matura di Asco.

Anche se è sempre vissuto ai margini del mercato d'arte, tanto è vero che gli unici mercanti che saltuariamente si sono occupati di lui, furono Filippo Schettini, Enzo Pagani e Renzo Cortina, Asco ha tuttavia avuti molti committenti, sia pubblici sia privati. Anzi all'interno della sua copiosa produzione artistica si notano numerose sculture, bassorilievi e formelle di soggetto sacro, funerario e religioso.

Ricordiamo che una stupenda "Madonna", del 1954, ieratica e bloccata nella semplificazione delle masse armoniose, è situata in una piazza di Trieste ed eretta sopra una colonna. Un suo "San Francesco" in marmo, si trova in cima a una guglia del Duomo di Milano situata nella parte destra dell'edificio religioso, visto dalla grande piazza di fronte al tempio. La figura del Cristo è stato un altro dei soggetti di Asco e realizzato in epoche diverse. Si osservi la "Crocifissione" un bronzo del 1950, dove la sensibilità del tatto aggiunge dolore al dramma del figlio di Dio.

Di sua personale iniziativa e in maniera quasi cruda e realistica, almeno per la severità del giudizio plasticamente espresse nelle forme esasperate e somiglianti, Asco ha raffigurato la figura dl "Pio XII", un bronzo del 1950, quasi a volere indicare le ambiguità di quel papato.

Molto amati e raffigurati i soggetti dei cavalli (Asco era stato in gioventù un brillante cavallerizzo, e si era cimentato con successo in vari concorsi locali). La grande purezza plastica e volumetrica di quell'animale, taluni movimenti e certe possibilità espressive connesse all'estetica delle forme gli hanno fornito materia di riflessione e di studi particolari. Alcuni cavalli in bronzo sono esposti in nostra dalla "testa di cavallo" del 1967, al "cavallo che scalcia" "cavallo accosciato", allo stupendo "cavallo seduto", tutti dello stesso anno e nella bellezza delle linee che sono un assunto di Asco.

Vi sono poi alcuni nudi di donna che risentono l'influenza di Maillol, rivelano cioè, come in alcune sculture del francese, la pienezza della carne, la ferma dolcezza dei contorni, la florida e calda sensualità femminile, specialmente avvertibile nel bronzo "torso di donna", del 1950.

Le cosiddette "forme in evoluzione" sono uno dei temi più ripetuti, ogni volta in maniera diversa, del periodo "astratto-spaziale" di Asco, in questi lavori la sua scultura tende alla forma pura, senza alcun riferimento iconografico. Anche i materiali sono da lui scelti in funzione di questa visione, per lo più metalli levigati, curvati o lavorati con estrema maestria in modo o nella maggior parte dei casi, che le composizioni poggino al suolo su un solo punto e la forma si organizzi intorno a un asse.

Come "struttura" le opere più mature di Franco Asco trovano un riferimento armonico e metafisico con l'architettura. La nota poetica di questi lavori astratti è l'effetto d'immaterialità nello spazio. Con queste evoluzioni linguistiche Asco intendeva rinnovare il suo modo di vedere e di fare scultura, almeno sul piano della lucidità più consapevole, anche perché queste soluzioni così moderne vivevano in lui da sempre nel suo tormentato inconscio, combattute da pregiudizi di tradizione. Certo se fosse stato meno logorato da dubbi interiori così lancinanti, più capito e maggiormente aiutato, Asco avrebbe prodotto delle opere ancora pi ù creative, tuttavia il suo talento fu sempre molto fertile e la sua personalità valida e inesauribile.

Giunti a questo punto, sarà bene osservare che Asco fu anche un ottimo disegnatore, tuttavia le sue sculture amava farle direttamente usando materiali plastici. Difficilmente faceva studi preparatori. La maggior parte dei suoi disegni sono dunque opere compiute in se stesse, non traducibili in altre tecniche. Si osservino quei carboncini su carta da disegno, del novembre 1969, belli, raffinati e completi.

Con i critici suoi contemporanei Asco ebbe scarsi rapporti a causa del suo carattere orgoglioso, distaccato, timido e riservato. Oltre con l'autore della presente nota, Asco fu buon amico di Enrico Somarè e di Antonio Morassi, ai quali fece i ritratti. Leonardo Borgese, nel gennaio 1951, gli scrisse una lettera dalla quale riportiamo questo brano rivelatore: "Come lei sa, noi ci conosciamo ormai da molti anni (non siamo, ahimè, più giovanetti), siamo coinquilini, ci incontriamo quasi ogni giorno, eppure la nostra conoscenza, fra noi due, è avvenuta si può dire, in questi ultimi mesi: dal 1950 al 1951. Siamo tutti e due dei tormentati, degli ansiosi e dei timidi. E c'è voluta la sua mostra, anzi le sue mostre ci sono volute, perché la conoscenza diventasse intima e lei svelasse il suo animo a me e io il mio a lei." e poi più avanti, gli diceva: "Lei mi ha commosso con la sua sincerità, il suo calore, il suo entusiasmo, col suo desiderio di sentirsi vivo come artista e di farsi sentire."

A parte qualche rara e preziosa amicizia, Asco fu un isolato. Gli stralci critici dedicati alle sue opere furono davvero pochi, specialmente per un artista che aveva dedicato una vita intera alla scultura. Solo una trentina di persone, tra critici d'arte e giornalisti, hanno dedicato la loro attenzione alle sculture di Asco e questo è stato davvero molto poco. Rare volte una carriera d'artista si è conclusa in un finale così onesto e intransigente. Tuttavia e lo diciamo con velata amarezza, su tanto lavoro sudato e faticato, giorno dopo giorno, risposero molti silenzi.

FRANCO PASSONI - Agosto 1979

 

lavori esposti:

titolo opera

materiale

foto

Madre seduta

gesso

Ritratto della madre

bronzo

Pietà 1955

bronzo

Riposo

bronzo

Natività

bronzo

Enrico Somarè

gesso

Mondariso

bronzo

Moglie di Loth (figura di donna)

bronzo

Donna abbozzata

bronzo

Testa di donna (con treccia)

bronzo

Nudino di donna (Susanna al bagno)

bronzo

Torso di donna

bronzo

Toro

bronzo

Sogno di maternità

bronzo

Lavoratore

bronzo

Madonna (bozzetto per Colonna Mariana TS)

bronzo

Nudo astratto

bronzo

Forma in evoluzione

bronzo

Forma in evoluzione

bronzo

Forma in evoluzione

bronzo

Forma in evoluzione

bronzo

Bassorilievo astratto

bronzo

Bassorilievo astratto

gesso

Forma organica

legno

Forme antropomorfe

legno

Forme a incastro

legno

Forma in evoluzione

marmo botticino

Ritratto della moglie

gesso

Cavallo accasciato

bronzo

Cavallo che scalcia

bronzo

Cavallo seduto

bronzo

Testa di cavallo

bronzo

Cavallo che salta

bronzo

Anelito di maternità

bronzo

Torso di donna 1967

bronzo

Astratto

bronzo

L'urlo

bronzo

Studio per l'Evangelista Luca

bronzo

Assunta

marmo

Pace in terra ... (S. Francesco)

bronzo

Crocefisso 1950

bronzo

Mauro Morassi (medaglia)

bronzo

Disegno

carboncino

Disegno

carboncino

Disegno

carboncino

Frangar non flectar (Asco crocefisso)

bronzo

 

 

 

 


 

Galleria Cortina - "Il senso del tatto" - Milano, Aprile-Maggio 2008

Franco Atschko – un ritorno (prefazione al catalogo)

La scultura è un universo strano, affascinante, quasi magico, inerte materia che, plasmata, prende immota forma ma vibrante di vitale energia consegnata all’eternità quale simulacro dell’idea procreatrice.
Da sempre la galleria Cortina, dapprima con mio padre Renzo ed ora con me, ha seguito e professato amore e passione per questa nobile quanto ardua espressione tanto che oggi, a quarant’anni esatti dall’ultima esposizione di Atschko, sono felice di riproporre l’artista triestino, degno esponente della scuola italiana del ‘900. La Scultura Italiana, infatti, occupa una posizione primaria ed imprescindibile nella storia dell’arte del XX secolo. La mostra del ’68 fu anche l’ultima che Atschko tenne in vita. Quella odierna, oltre ad un ritorno, rappresenta un’occasione per potersi riavvicinare ad uno dei protagonisti di quella vicenda artistica così ricca di interpreti e di contenuti e riprendere a dialogare con le sue immortali forme, i suoi bronzi, qui condensati in una limitata scelta che mi auguro possa essere egualmente esaustiva del suo genio

Stefano Cortina - Febbraio 2008


La vicenda artistica di Asco

Solo recentemente, attraverso una ricerca storico-critica partita con una tesi di laurea incentrata sull'opera dello scultore Franco Asco (1903-1970), è stato possibile il recupero di alcune opere disperse del valevole artista di origine triestine. Parallelamente si è andata delineando un'indagine stilistica che ha consentito di inquadrare meglio lo scultore nel suo contesto originario, mettendolo in relazione ad artisti di importanza locale, e, in fase successiva, nazionale e internazionale. Ciò ha permesso di definire meglio questa figura mal nota, riconoscendo a essa un ruolo non secondario nella scena culturale triestina degli anni ’30. Tale rivalutazione ha reso possibile l’inserimento di alcune delle sue piu’ note prove plastiche all’interno di recenti rassegne, che hanno riacceso questioni interessanti inerenti la scultura del ‘900 e i rapporti tra una plastica di sapore “locale” – un po’ attardata e dai toni folcloristici – e la scultura nazionale.
L’attenzione si è concentrata così perlopiu’ sulle opere risalenti al periodo triestino dell’artista esordiente, mentre poco si è parlato di quelle dei decenni successivi. Ma ecco presentarsi subito un’occasione: l’idea di Stefano Cortina di raggruppare nel suo spazio espositivo alcuni bronzi databili tra fine ani quaranta e fine anni sessanta, che, oltre a testimoniare un passaggio stilistico cruciale dell’artista, sono, secondo alcuni critici del tempo – a mio avviso non troppo accorti – causa della successiva negligenza di cui le opere di Asco sono state oggetto.
Sculture cadute nell’oblio, che talora hanno fatto e tutt’oggi fanno sorridere gli addetti ai lavori per certe apparenti ingenuità stilistiche che le avvicinano a grandi nomi della scultura contemporanea. Opere sulle quali è sceso il silenzio dopo un momentaneo scalpore critico che ha percorso quotidiani triestini e milanesi del tempo, e alle quali lentamente si sta tentando di restituire chiarezza, per definire ulteriormente la poetica di quest’artista, sfatando i giudizi affrettati di chi non ha saputo cogliere il nesso che lega tra loro opere in apparenza così diverse.
A partire dal 1923 Asco si impone all’attenzione della critica con la partecipazione ad alcune importanti mostre locali. In quegli anni, sulla spinta di un cambio generazionale di artisti, la scultura naturalistica lascia progressivamente luogo a una plastica contraddistinta da una spiccata introspezione psicologica, influenzata da residui simbolisti di scuola nordica, che nella Trieste dell’epoca si impone come una vera e propria moda. Gli scultori piu’ giovani aspirano di comune accordo a eguagliare due grandi maestri di fama internazionale, Ivan Mestrovic Adolfo Wildt, che per il loro stile peculiare e incisivo hanno già fatto parlare di sé, in modo non sempre positivo, in occasione di mostre importanti, pubblicizzate su riviste d’arte molto lette anche a Trieste come “Emporium”.
Il nostro giovane artista modella così figure ieratiche, immerse in un’atmosfera spirituale, rese con la fine perizia tecnica acquisita dalla frequentazione delle Accademie di Vienna, Roma e Venezia. L’arte scultorea, come insegna Wildt nel suo saggio “L’arte del marmo” del 1921, è concepita da Asco come un lavoro di scavo interiore, indirizzato verso imperscrutabili profondità umane.
Una sottile operazione psicologica o, se si preferisce, una sorta di cammino ascetico che si avvale dei mezzi dell’arte per il raggiungimento di una superiore conoscenza di sé, che solo in fase finale trova concretezza nel marmo. Siamo nel 1933, quando, presa conoscenza, della situazione stagnante in cui versa, ormai, la cultura artistica locale, in bilico tra gli ultimo sprazzi ottocenteschi attardate visione simboliste, lo scultore sceglie di abbandonare la città natia alla volta di Milano, dove spera di inserirsi in un clima piu’ ricco di stimoli e possibilità lavorative.
Il primo periodo nel capoluogo lombardo significa un nuovo sguardo a Wildt, che aveva insegnato presso l’Accademia Brera di Milano sino alla morte sopraggiunta nel ’31. Il risultato di tale influenza è palese nei ritratti esposti da Asco a San paolo del Brasile nel 1947. Lucidi, espressivi, superati. Da qui la crisi: l’incapacità di trovare una via, perché ancorato a una personale e antiquata idea di bellezza ”classica” da accademia, al massimo ravvivata da residui simbolisti ed espressionisti o da sporadiche adesioni al Novecento italiano. Il salto da fare è considerevole, ma i cambiamento è percepito con urgenza dall’artista. Si sente combattuto, anzi, si sente in croce; ce lo rivela proprio questo suo stato d’animo, attraverso il rilievo bronzeo qui esposto intitolato “Frangar non flectar”, rappresentandosi vittima di due arcieri deformi, ironicamente modellati con stile cubista.
Critica al cubismo, quindi, e da qui, critica a tutti gli altri “ismi” possibili: picassismi, futurismi; critica rivolta ai mostri sacri della scultura da Marini Marini ad Arturo Martini, Henry Moore, Lipchitz, Laurens, Zadkine ecc.
Una serie di piccole opere bronzee, raccolte in una rassegna che la stampa locale non tarda a battezzare “Mostra Polemica”, sono esposte prima a Trieste, nel 1949, e l’anno dopo a Milano.
Le opere, articolate secondo una precisa sequenza, rendono possibile un racconto autobiografico, teso a comunicare la duplice mutazione in atto: l’una interiore, l’altra esterna, inerente il mondo artistico circostante. La crisi dell’uomo e la crisi dell’artista. Non a caso il catalogo delle mostra, curato da Elio Predonzani, si intitola proprio “Un episodio autobiografico di Franco Asco tradotto in forme plastiche”.
Pur consapevole dei rischi, del prezzo da pagare per esprimere la propria opinione, Asco non può rinunciare a palesare i contrasti che gli bollono dentro; così, aspirando al raggiungimento di un compromesso tra modernità e interiorità, nell’opera intitolata “Ai piedi della Croce”, contrappone i piedi del Cristo crocefisso, di fattura classica, alle tre Marie sottostanti rese con uno stile riecheggiante i modi di Arturo Martini. E’ alle sculture di quest’ultimo che ancora si ispira per dar forma a “Urlo” e “Mondariso” che meglio si inseriscono nella plastica del tempo, pur non eccellendo per modernità. Ma il mutamento è ancora in atto, e molta strada è stata fatta: Wildt e Mestrovic sono legati al passato, e con le sue opere di fine anni cinquanta – inizi anni sessanta Asco si spinge in direzione di un’astrazione sempre piu’ marcata, intervallata dai ripensamenti che lo contraddistinguono.
Sculture come “Riposo”, eseguito verso la fine degli anni quaranta, la serie di nudi modellati all’inizio degli anni cinquanta, e i piu’ tardi “Nudo in evoluzione” e “Disperazione (orrore)”, testimoniano la graduale esigenza dell’artista di affrancarsi da una plastica figurativa ormai datata, per spingersi verso nuovi orizzonti di astrazione. I corpi si allungano, si agitano contenuti in forme geometriche che li consumano, assorbiti entro superfici con le quali lottano invano pe liberarsi. Tali conflitti plastici sembrano rispecchiare la tensione interiore dell’artista, in lotta con se stesso nel tentativo di abbandonare la figura che continua a imporsi nonostante i tagli netti e le compressioni violente a cui è sottoposta. Nella polarità tra la pulita forma classica e la piu’ moderna astrazione, si genera il dramma di un artista che si rifiuta di fare dell’arte una pura moda dominata da un’estetica povera di contenuto.
Mi piace al tal proposito qui ricordare lo scrittore Luciano Budigna che nel 1968, stilando l’introduzione di una mostra di Asco tenutasi presso la Galleria d’Arte Cavour organizzata proprio da Renzo Cortina, padre del gallerista che oggi ha il merito di riproporci Asco, rifletteva sul “temperamento poetico inquieto, perennemente insoddisfatto, assillato da una continua brama di sperimentazioni linguistiche”, che contraddistingueva lo scultore; descrizioni abbondanti nella letteratura d’epoca, che dal 1923 alle soglie degli anni settanta, hanno riempito articoli e recensioni critiche dei piu’ svariati autori. Budigna si soffermava poi a notare “l’atteggiamento morale prima che estetico”, altro tratto saliente della personalità di quest’artista la cui veridicità, ancora una volta trova conferma nella letteratura del tempo.
Se esistono artisti che vogliono essere moderni a tutti i costi, rizzando le antenne seguendo le mode del momento, gli interessi del pubblico, della critica, dei galleristi, da veri imprenditori di se stessi, ve ne sono alcuni, come Asco, alla ricerca di un filo continuo tra arte e sentire, che fanno dell’arte il proprio modo di vedere e comunicare con il mondo, seguendo sì le mode ma in primis se stessi, soffrendo profondamente a ogni passaggio stilistico che modifica dolorosamente il loro essere.
Asco per un lungo tempo non ha piu’ potuto esibire le sue opere pubblicamente. C’è che, forse a ragione, sostiene non sia stato abile nel precorrere i tempi, nell’imporsi all’attenzione della critica. Ma non esiste forse anche un’altra via dell’arte? Non vi è anche il puro piacere del lavoro, il piacere di operare in sintonia col proprio modo di essere? Quello di Asco – lo dicono tutti quelli che l’hanno conosciuto, chi per iscritto e chi verbalmente – era un modo di essere onesto e sensibile.
Al di là dell’approccio prettamente scientifico, l’opera di Asco, come quella di ogni artista, è anche un cammino poetico, un racconto di vita. E nel caso di Asco sarebbe piu’ che mai arbitrario scindere l’artista e l’opera.

Chiara Franceschini - Febbraio 2008


lavori esposti:

titolo opera

materiale

foto

Riposo

bronzo

Ai piedi della Croce bronzo

Frangar non flectar (Asco crocefisso)

bronzo

Torso di donna piccolo

bronzo

L'urlo

bronzo

Donna accovacciata bronzo

Moglie di Loth (figura di donna)

bronzo

Lavoratore

bronzo

Torso donna bronzo

Testa di donna (con treccia)

bronzo

Mondariso

bronzo

Torso di donna 1967

bronzo

Disperazione (orrore)

bronzo

Cavallo accasciato

bronzo

Cavallo che scalcia

bronzo

Cavallo che salta

bronzo

Testa di cavallo

bronzo

Cavallino accasciato    

Cavallo seduto

bronzo

 

 

 

 

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