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Franco Asco - Atschko (1903 - 1970)

Scritti dell'Artista

Lettera a Edgardo Sambo (per gentile concessione del Museo Revoltella)


PSICANALISI PLASTICA

"Se avessi avuto attitudine a scrivere, a tramutare in parole sulla carta la dialettica della mia mente, in luogo delle ventisette sculture che Cairola mi espone alla Galleria de "L'Illustrazione Italiana", certamente delle pagine stampate avrebbero recato la mia firma: un romanzo, una lirica o un saggio, la storia autobiografica, comunque, di una lunga crisi del mio spirito.

Questa crisi è compresa e limitata fra i due autoritratti che presento: il primo che costituisce il prologo del mio racconto, il secondo che ne è la conclusione. Tutte le opere che stanno fra l'uno e l'altro potrei definirle, complessivamente, col nome di "psicanalisi plastica". Con esse cioè ho voluto di volta in volta dare evidenza figurativa ai problemi, ai dubbi, alle ipotesi che hanno scosso per mesi il mio credo nell'arte.

Il primo autoritratto, "Risveglio", è la rappresentazione della perplessità e del dolore da cui rimasi turbato quando, dopo sedici anni di assenza, ritornai al mondo dell'arte. O, per meglio dire, alle sue lotte interne, ai suoi idoli, alle sue mode, dalle quali cose soprattutto mi ero tenuto cosi' a lungo lontano.

Disgraziatamente, sono stato un "fanciullo prodigio". Già a dodici anni, a Trieste, raccoglievo i primi successi e in seguito, per moltissimo tempo, partecipai con entusiasmo alla vita collettiva delle "Repubblica delle Arti": alle Esposizioni, ai Premi, alle Biennali di Venezia. Ma io non sono nato lottatore e non saprei nemmeno fingermi tale. Perciò, non appena mi accorsi che anche in questa "Repubblica" e forse piú che altrove, erano indispensabili i colpi di gomito, gli imbonimenti e le vie traverse, lasciai il campo senza esitazioni. La scultura, pensai, anche al di fuori dell'arte con l'A maiuscola, mi avrebbe dato da vivere e il mio "splendido isolamento" (che in questa Mostra documento con "Giovanna d'Arco", "Mia Madre" e col frammento della testa di "Cristo"), mi avrebbe compensato di ogni delusione sofferta, di ogni disgusto passato.

La mia ribellione alla volontaria rinuncia risale soltanto allo scorso anno. Un giorno, uscendo dal lungo intorpidimento, volsi di nuovo l'attenzione alla Grande Arte. E il panorama che apparve li lasciò stupefatto. Come ho detto, le ventisette opere (sul complesso che espongo) rappresentano la mia perplessità, i miei malfermi pensieri di fronte a quello spettacolo caotico, a quel generale disorientamento. Con queste ventisette sculture non ho certo voluto, nemmeno nelle intenzioni, muovere il processo alle tendenze moderne. Esse costituiscono soltanto i miei diversi, graduali approdi a tutti gli "ismi" del momento.

In sei mesi (i bronzi di questa Mostra sono stati tutti eseguiti fra il Giugno e i Dicembre del '49), mi sono improvvisato poliglotta dei numerosi linguaggi plastici moderni. Fatta eccezione per la malafede e la faciloneria, non presumo di condannare individui o maniere, né intendo fare la caricatura di certe espressioni artistiche altrui. E chiedo scusa a quegli autori che ravviseranno nelle mie interpretazioni un'affinità tecnica o concettuale con le loro. Se nell'avvicinarmi ad essi mi sono lasciato prendere talvolta la mano, è stato unicamente per rendere visibile ciò che mi avevano comunicato di calore e di entusiasmo.

In quanto alla conclusione della mia crisi, è raffigurata nel secondo autoritratto. In esso mi sono immaginato in ascolto, ancora dubbioso e lontano dalle lotte, ma in attenta aspettativa: dopo il tormentoso pellegrinaggio alla ricerca della verità, dopo aver crocifisso me stesso nel dubbio, mi abbandono alla speranza che una vice di salvezza Ci raggiunga".

FRANCO ASCO - Milano, Maggio 1950


Galleria Cairola - Terza personale di Franco Asco dedicata alla Maternità

Credo che questa mia terza esposizione possa finalmente segnare una data nella mia vita d'artista. Una vita durissima che conduco da vent'anni, moltissimi dei quali trascorsi in completa solitudine. Nei momenti di ansia, di incertezza e di disorientamento ho sempre teso il mio spirito al "Supremo Creatore" e in virtù di questa fede dalla quale sono stato sorretto, ho considerato sempre l'arte come un'autentica missione e la scultura come una devota preghiera espressa con le forme.

Nel ginepraio contemporaneo non si prega piú. Il disorientamento e l'anarchismo estetico hanno tradito l'uomo che bisogna urgentemente soccorrere e salvare. Io mi considero fra quegli artisti che lottano e soffrono per il bene comune e che con il loro amore, la loro fede, la loro preghiera, la loro educazione riusciranno a soccorrere e a salvare questo uomo, che ha bisogno dell'arte come della luce.

Le teorie e gli apriorismi programmatici non contano e i suggestivi termini di "dinamismo plastico", di "semplificazione di piani", di "spazialismo", di "tridimensionalità" servono soltanto ai facili giochi di parole.

Se è vero che non bisognerà rifarsi ad un'arte primitiva o arcaica o a un ritorno all'antico, perché non si può vivere consumando un patrimonio ereditato, è pur vero che l'arte non potrà mai rompere i ponti col passato e non potrà mai annullare l'uomo come certi modernisti vogliono fare.

Le opere che presento oggi sono tutte dedicate alla Maternità, alla esaltazione di questo sublime mistero. Ho la coscienza di essere riuscito a documentare, servendomi di purificazioni stilistiche aderenti a un linguaggio naturale, la fonte eterna del nostro amore e della nostra poesia e attendo fiducioso il giudizio della critica e del pubblico per i quali io lavoro.

FRANCO ASCO - Milano, novembre 1951

 

 

 

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